San Pietroburgo: la nascita di una capitale

LA GENESI DELLA CITTA’ DI SAN PIETROBURGO DALLA FONDAZIONE A OGGI

Il 27 Maggio 1703, colto da un sogno improvviso e svegliatosi di soprassalto, lo zar Pietro I, detto il Grande, si precipitò sul ponte della sua nave, e all’ancora assonnato e sbadigliante consigliere Mensikov, esclamò “Qui! La nuova città sorgerà proprio qui!”

Lo Zar di Russia Pietro I il Grande, fondatore di San Pietroburgo

Mensikov si sfregò gli occhi più di una volta. Possibile che lo zar avesse davvero intenzione di costruire la nuova città, che avrebbe dovuto eguagliare se non superare Mosca per importanza e splendore, in mezzo a quella palude così tetra e desolata? Tutto ciò che c’era in zona era una vecchia e malridotta fortezza svedese – appellata Lust Eland – e alcune capanne di pescatori.

Eppure, così fu. Ovvero, l’episodio sopra descritto, così riportatoci da A. Golokvinin, uno studente e storico del tempo, è sicuramente drammatizzato. È vero che il 23 maggio 1703 è la data storica in cui fu fondata San Pietroburgo – ma la scelta del luogo e dei preparativi era stata a lungo progettata e pianificata, e non frutto di un sogno dello zar.

La località era stata scelta per dare un nuovo porto alla Russia con maggiori punti di partenza per operazioni commerciali e militari – il preesistente porto di Arcangelo (Akhangelsk) era troppo isolato per gli scopi prefissati dallo zar, mentre quello di Astrachan’ era ancora troppo sottosviluppato e di secondaria importanza, oltre che a essere limitato al Mar Caspio e al delta del Volga, anche se dal 1717 avrebbe acquisito un’importanza centrale nella prima ventura russa nell’Asia centrale.

Mappa di San Pietroburgo nel 1744.

Nulla era stato lasciato al caso – la progettazione era stata fatta a tavolino e ogni aspetto della città, dalle norme edili all’orientamento delle case (che avevano ingresso e cortile rivolti verso la strada all’europea, e non sul retro alla maniera russa) fino agli strati di popolazione che avrebbero abitato i diversi quartieri doveva seguire le rigide norme imposte dallo zar.
I progetti cambiarono nel corso degli anni – inizialmente le abitazioni private erano tutte costruite sul lato destro del Neva, ma alcune inondazioni e smottamenti resero necessario spostarle sulla riva destra. La maggior parte degli edifici commerciali  e abitazioni di basso rango era in legno e fango, mentre gli edifici statali e le edificazioni riservate a Pietro, Mensikov and Golovin erano in solida pietra.

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Il Palazzo d’Inverno, residenza zarista progettata dall’architetto italiano Bartolomeo Rastrelli e innalzato tra il 1730 e il 1837.


Dal 1714 con l’aiuto del talento italiano Domenico Trezzini, buona parte dei nuovi edifici fu edificata in pietra mentre le preesistenti e ulteriori abitazioni povere furono costruite con lo stile prussiano: sempre in legno, ma con tetti di caniccio con l’aggiunta di creta e fango per tentare di ridurre gli incendi, che tuttavia rimasero frequenti fino al decennio 1720-1730.
Dal 1716 circa il progetto originale cambiò nuovamente e Pietro trasferì la gran parte degli edifici statali su un isolotto ancora poco edificato creando notevoli disagi alla popolazione – la sua indole energica e sempre volubile l’aveva spinto a voler fare la città più simile al modello della capitale olandese, Amsterdam, distribuita su più isolotti e frammentata di splendidi canali.

File:Pjotr Petrowitsch Wereschtschagin - Newskij-Prospekt Sankt Petersburg.jpg
Dipinto che mostra il brulicare delle attività lungo la Prospettiva Nevskij,  la strada principale che attraversa San Pietroburgo.

La città aveva già dal 1715 (poco meno di dieci anni dalla fondazione!) un aspetto incredibile, e dal 1720 in poi, i magnifici palazzi di Apraksin (tre piani di pietra e marmo, ora è lo splendido Palazzo d’Inverno) e di Mensikov, sull’isola Vasil’evskji, costruito in puro stile italiano. A concludere il magnifico spettacolo erano i quasi 600 lampioni ad olio che di notte illuminavano l’intera città, e dal 1718 quasi tutte le strade principali erano interamente lastricate.
Le zarevne, i nobili e i preti e i rimanenti strel’cy che Pietro invitò a vivere nella nuova capitale erano investiti da un miscuglio di emozioni contrastanti. Da un lato, ammiravano le nuove strutture e la velocità con cui le opere erano state portate a compimento, ma dall’altro trovavano deprimente la palude dal clima malsano e la Neva costantemente ghiacciata, tale da consentire i trasporti fluviali solo nei pochi mesi estivi – per non parlare dei suoi regolari straripamenti nella bella stagione. Così cantava un giullare dell’epoca “su un lato sta il mare, sull’altro il dolore, sul terzo il muschio, sull’ultimo un sospiro”. La nuova città era tanto stupefacente quanto deprimente.

Veduta di San Pietroburgo risalente ai primi anni del XIX secolo, cento anni dopo la fondazione.

San Pietroburgo doveva essere una città europea, prima che russa. Una delle mosse di “occidentalizzazione” che Pietro attuò nella nuova capitale, fu l’introduzione, sul modello di Parigi, delle assemblee – serate di carattere sociale e mondano per la stagione invernale, a cui erano invitate anche le donne e che riscossero un notevole successo nella neonata buona società pietroburghese. Un bel passo avanti, considerato che quando nel 1699 aveva tentato di fare la stessa cosa a Mosca, invitando le donne dabbene a una cena formale, aveva incontrato solo reazioni scandalizzate e inorridite. Per le assemblee, il cui obiettivo era socializzare tramite attività sociali quali mangiare, fumare, giocare a dama e scacchi o intrattenersi in piacevoli letture e conversazioni, Pietro aveva stabilito rigide regole di galateo: bisognava mangiare con le posate, usare appellativi francesi e bere con moderazione – un’allegra ironia, dato che lo zar tendeva a bere smodatamente , mangiava con le mani e aveva un francese che lasciava molto a desiderare.

Il Cavaliere di Bronzo, imponente statua equestre di Pietro il Grande commissionata da Caterina II.

Non sempre i precetti dello zar venivano rispettati alla lettera. La nobiltà, che mal tollerava il lasciar andare delle tradizioni sociali russe, e che soprattutto non sopportava l’idea di dover parlare in francese, e nel privato conservava le proprie abitudini e la parlata del russo. Inoltre, i bambini venivano spesso affidati a vecchie contadine russe – le Baba – facendo sì che imparassero per prima la lingua madre. Infine, la casta più alta mal sopportava del grande influsso di stranieri nella neonata capitale: italiani, francesi, tedeschi – ironicamente, nonostante la città fosse modellata sull’esempio di Amsterdam, nessun architetto olandese vi lavorò fino al 1720.

Naturalmente, benché l’insieme di queste operazioni possa apparire irruento e confusionario (come molte iniziative di Pietro, del resto), tutto ciò aveva una parte organica e attiva nel progetto del suo ideatore, che si era riproposto di fare della Russia una potenza europea, il tutto all’insegna di un rigoroso lavoro e di un’efficacia ferrea. L’uomo che si era imbarcato in quest’opera era a malapena trentenne quando disegnò la nuova città, ma aveva già un’esperienza di governo ventennale. Il progetto della nuova capitale, così come tutte le iniziative di Pietro, richiesero enormi sacrifici di risorse e sopratutto di vite umane.
I lavoratori venivano retribuiti pochissimo, i rifornimenti di cibo erano tardivi e inadeguati, e i lavoratori venivano condotti alla capitale in catene e sotto la minaccia delle armi come criminali e prigionieri di guerra. Non si conosce una stima esatta dei lavoratori che perirono nella realizzazione del progetto, e anche se le stime dell’epoca si attestano intorno agli 8000-10000, si ritiene che il numero sia più vicino a 3 mila.

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Il Monastero Aleksandr Nevsky, fondato da Pietro il Grande il 25 marzo 1713.

Insieme allo sviluppo della marina e delle accademie, San Pietroburgo fu uno dei progetti più cari a Pietro – si basti pensare che all’urbanistica della città furono dedicate ben due prikazy (ministeri) e tre kollegija (collegi), e anche se i lavori della città subirono una fase di stallo alla morte di Pietro nel 1725, essi ricevettero nuovo impulso sotto l’imperatrice Caterina II e la città continuò il suo percorso di crescita in quanto nuova capitale.
Nel corso dei secoli successivi, San Pietroburgo raggiunse il livello di maestosità e leggenda di Mosca – il già mitico monastero intitolato ad Aleksandr Nevskij, fondato da Pietro nel 1713 e in cui furono i traslati i resti del grande, fu ulteriormente arricchito da splendide opere e icone, e la nobiltà russa, che si era mostrata tanto restia a trasferirsi nella nuova capitale, ora disertava Mosca e le proprie residenze di campagna per partecipare alla vivace vita sociale della città. La Rivoluzione industriale fece sì che operai e specialisti confluissero nella città e che essa diventasse la città più popolosa dell’Impero Russo e uno dei maggiori porti industriali d’Europa, inoltre aveva acquisito un’importanza militare e strategica con la base navale di Kronstadt.

L’attentato mortale allo Zar Alessandro II, avvenuto a San Pietroburgo il 13 marzo 1861.

Anche se ciò era accaduto una trentina d’anni dopo la sua morte, il progetto e la visione di Pietro erano finalmente realizzati. In quanto capitale, fu San Pietroburgo, e non Mosca ad assistere ai grandi eventi della storia russa. Nel 1825, la rivolta decabrista contro Nicola I ebbe luogo nella città, e nel 1881 l’imperatore Alessandro III fu assassinato dai fanatici della Chiesa dei Salvatori del Sangue. San Pietroburgo era entrata a tutti gli effetti, anche quelli più bui e sanguinari, nella storia e nella leggenda russa.

Il primo settembre del 1914, allo scoppiare della Prima Guerra Mondiale, la città fu rinominata Pietrogrado, un’iniziativa nata dalla necessità di “russizzare” il nome della capitale dal “fin troppo germanico” nome originario – infatti, come burg significa “castello” ma anche connotazione di “città” in tedesco, così è grad in russo. Fu un cambiamento di forma e non di sostanza, ma d’importanza simbolica fondamentale in quanto i tedeschi tanto ammirati e presi ad esempio da Pietro erano ora il nemico – un’inimicizia e un astio che sarebbero continuati, con brevi pause, fino allo scontro militare e ideologico del Reich di Hitler con l’Unione Sovietica poco meno di trent’anni dopo.

Ciò non fu l’unico segnale che gli ideali di Pietro, e il processo da lui inaugurato e chiamato con disprezzo dai suoi detrattori “germanizzazione”, erano ormai sul viale del tramonto. Alla fine dell’estate del 1917 la complicata situazione interna e l’avvicinamento delle truppe tedesche spinsero il governo provvisorio a decidere per il trasferimento degli uffici centrali e della dirigenza a Mosca. L’evacuazione era inizialmente pianificata per il dodici ottobre, ma non vi fu nulla di fatto fino al ventisei febbraio 1918, con la conferenza dei Soviet dei Commissariati del Popolo.

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L’assalto al Palazzo d’Inverno, uno degli eventi cruciali della Rivoluzione Bolscevica del 1917.

Alla conferenza, Vladimir Lenin elaborò il progetto per il decreto di evacuazione – Mosca era stata scelta come nuova locazione, gli uffici dovevano essere evacuati da tutti gli ufficiali e rappresentanti politici, e i valori e documenti di Stato dovevano essere tutti trasferiti. L’intera operazione fu supervisionata dalla Ceka e dagli occhi di Felix Dzerzinskji.
Per ragioni di sicurezza, le date esatte e i piani di partenza erano noti a pochi – il governo temeva disordini e possibili atti di terrorismo se i piani d’evacuazione fossero stati di pubblico dominio.
Finalmente, a marzo, la Pravda pubblicò a grandi linee i progetti per l’evacuazione. Il Comitato esecutivo stabilì come data limite per tutte le istituzioni statali e di partito per essere trasferite a Mosca fra l’11 e il 12 marzo. Il 12 marzo 1918 Mosca fu ufficialmente proclamata capitale dello Russia sovietica. Il 16 marzo, il Quarto Congresso straordinario dei Soviet di tutte le Russie ratificò il trasferimento. Il 26 gennaio 1924, cinque giorni dopo la morte di Lenin, Petrogrado fu rinominata in Leningrado.

Quasi duecento anni dopo la sua morte, il retaggio di Pietro era stato definitivamente messo da parte. La sua città non aveva più il suo nome. I tedeschi erano diventati il nemico, e non più il modello da seguire. Il processo di europeizzazione era finito – ora la Russia sarebbe diventata lo stesso il più esteso e influente stato del mondo, ma sotto l’egida del socialismo. Pietro dovette aspettare fino al 1991 – il crollo dell’Unione Sovietica – perché la sua città gli venisse restituita, nel nome che egli aveva designato – San Pietroburgo.

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