Il miraggio sulle acque

L’inizio degli Anni Venti di questo secolo non ricorda soltanto il sesto centenario della Cupola di Santa Maria del Fiore, capolavoro del Brunelleschi. In questo 2020 si commemora anche un altro capolavoro, forse meno noto, la ricchezza e la bellezza del quale lo hanno reso celebre nel passato, ammirato al suo tempo e oltre, fino all’inizio del secolo scorso.

Un luogo importante per tanti motivi, nonostante le sue dimensioni ridotte. Importante innanzitutto per la sua lunga storia, che l’ha portato dagli anni d’oro delle origini ad una lunga decadenza, aggravata da tentativi incerti di recupero, fino a una vera rinascita, nata dalle mani del suo ultimo proprietario privato e che ha cercato, in modo filologico, di riportarla al suo antico splendore. Un monumento significativo anche per il suo stile. Proprio la sua concomitanza con la cupola, con la sua fondazione e con il suo ciclo di lavori mostra la complessità tipica dell’arte e della cultura della sua epoca, in Italia come in Europa, a cavallo tra tardogotico e rinascenza, che convivono tra di loro nella stessa nazione, nelle stesse città e spesso negli stessi committenti. L’edificio in questione è la cosiddetta “Ca’ D’Oro”, uno dei più rilevanti palazzi sul Canal Grande di Venezia.

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La Ca d’Oro di Venezia.

Tale edificio trova origine tra il 1420 e il 1421 per volontà del patrizio veneziano Marino Contarini, uno dei più importanti e ricchi patrizi veneziani anche se poco attivo nel panorama politico della Serenissima. Non risulta infatti che Marino abbia svolto missioni diplomatiche o ricoperto cariche politiche salvo l’aver fatto parte del Maggior Consiglio della Repubblica. Un ruolo significativo lo ebbe invece in campo economico, con lo sviluppo della rete commerciale di famiglia e della Repubblica in tutto il bacino del Mediterraneo, dalle Baleari alla costa valenciana, fino ai mercati di Alessandria d’Egitto. Emancipatosi dalla compagnia commerciale del padre all’inizio del secolo, organizzò queste attività mescolando mercatura e credito e occupandosi in prima persona della gestione, prima agendo fisicamente e, in seguito, curando la composizione dei registri di operazioni compiute da fiduciari. Tali aspetti furono fondamentali per la creazione del suo capolavoro, sia per la grande disponibilità economica che il Contarini ebbe a disposizione sia perché la sua cura nella redazione documentaria ci fornisce oggi un repertorio ricco e ordinato di tutte le fasi della costruzione.

I lavori si configurano non come una ricostruzione totale ma come la ristrutturazione di un edificio nato su fondazioni precedenti e con il riutilizzo di alcune porzioni pregresse, ebbero come base un precedente palazzo, proprietà della famiglia di Soradamor Zen, diventata nel 1406 moglie di Marino Contarini. Quest’ultimo acquisì la proprietà dell’edificio, descritto già come un palazzo già importante, tanto da essere nominato come “Domus Magna”, dai parenti della moglie, investendovi la dote della stessa Soradamor Zen.

Il nobile veneziano decise di ammodernare il vecchio palazzo, coinvolgendo maestranze di varia origine e di altissimo livello artistico. La posizione del committente non fu però quella passiva di solo finanziatore, ma i documenti dimostrano un suo interesse profondo verso il cantiere, nel quale partecipò attivamente alla progettazione del programma costruttivo e decorativo e che permise ad esso di assorbire, amalgamandoli in modo armonico, i diversi apporti delle maestranze.

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Stemma della famiglia Contarini.

I primi interventi si datano al 1421, quando risultano pagamenti a nome di Marco di Amedeo, un costruttore e per Maestro Matteo Raverti da Milano. E’ interessante proprio la presenza di questo artista. Matteo di Ambrogio Raverti è infatti un architetto e scultore rinomato, cresciuto nel cantiere del Duomo di Milano tra la fine del secolo XIV e il 1415. Egli, cresciuto come scultore ma che sembra avere anche conoscenze nell’ambito del disegno di edifici e figure, venne a Venezia intorno al 1418, dove collaborò in diversi cantieri tra cui la cappella Borromeo in Sant’Elena e in quello di Palazzo Ducale. Il Raverti intervenne quindi a più riprese nella Ca d’Oro, all’inizio come fornitore di marmi e successivamente come vero e proprio architetto. Ai primi due interpreti del cantiere si affiancarono, a partire dal 1422, anche due artisti veneziani, Giovanni e Bartolomeo Bon, padre e figlio. I Bon erano una delle più importanti botteghe di scultori di Venezia e la loro discendenza darà rilevanti apporti alla città fino al pieno’500. In particolare essi vengono ricordati per interventi presso importanti Scuole della città, come quella della Misericordia e quella della Carità, nelle chiese di Santa Maria dell’Orto e Santi Giovanni e Paolo, ma soprattutto nel grande cantiere di Palazzo Ducale, dove i due artisti lavorarono alla ricchissima Porta della Carta e sull’Arco Foscari, ingressi monumentali al palazzo. La partecipazione di questi ultimi, all’epoca della Ca d’Oro non ancora attivi per il governo, può essere anche legato alla loro presenza nel medesimo quartiere del Contarini, ossia quello di Santa Sofia.

Le maestranze diedero forma quindi all’edificio, su tre piani e affacciato direttamente sul Canal Grande, la grande via del commercio di Venezia ma anche il “boulevard” monumentale sul quale per secoli la nobiltà cittadina si impegnò a lasciare il proprio segno. Il palazzo, anche se di dimensioni ridotte, riprendeva il modello classico di altri edifici patrizi.

Vera da pozzo rinascimentale, in marmo brocatello, nel cortile interno.

Esso si sviluppava entro un quadrilatero irregolare e aveva come centro il cosiddetto Portego. Il “portego” veneziano è un grande corridoio, diviso a volte in navate da colonne e che unisce strutturalmente la facciata rivolta sul canale e quella, sul retro, affacciata su di una calle o su un campo. Su questo spazio, che dimensionalmente potrebbe essere riconosciuto come una grande stanza, si raccolgono ai lati alcune stanze di servizio e un cortile, disassato rispetto alla casa. Nel caso della Ca d’Oro il cortile ha una forma ad U, aperto da archi in cotto ogivali e da capitelli in marmo. Il quarto lato, privo di porticato, è chiuso da un grande muro merlato. All’interno del cortile trovano posto due elementi interessanti. Al centro dello stesso si trova il pozzo di casa, con una ricca vera, ossia la parte esterna, realizzato in marmo rosso chiazzato di Verona. Essa è decorata su tre dei quattro lati da allegorie di Virtù, in particolare la Giustizia, la Fortezza e la Carità. Tale opera si deve ai Bon, che la realizzarono nel 1427, presentando alcuni stilemi della tradizione scultorea toscana e in particolare pisana. Altra opera importante è la grande scale esterna in marmo, che sia appoggia al portico sottostante e che mette in comunicazione con il primo piano.

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Scala interna del cortile della Ca d’Oro.

Questa parte si deve invece alla mano del Raverti. Sempre nell’area del cortile si trova il vero e proprio ingresso monumentale da terra, che si caratterizza, verso l’esterno, per una grande lunetta decorata e ricca di dettagli. Significativo è in questo caso un grande cimiero decorato a foglie che sovrasta lo stemma della famiglia Contarini, a bande azzurro e oro. Tale opera è importante perché ricorda l’assunzione, con l’avanzare dei lavori, di un altro artefice, ossia Niccolò Romanello, che collaborerà anche in altri ambienti con le maestranze.

Vero centro dell’attenzione creativa del committente e degli artisti fu però la facciata, affacciata sul canale. Essa presenta una struttura particolare e che sembra sbilanciata, a differenza di soluzioni simili presenti in palazzi coevi. Il fronte si struttura infatti con una sezione aperta e ariosa nella parte sinistra, con la sovrapposizione del portico d’accesso marittimo e di due logge a sei aperture sovrapposte, cui si accosta una sezione più compatta, caratterizzata da poche finestre, piccole e quadrangolari al centro. Tale asimmetria ha fatto pensare in passato che il progetto originale fosse più ampio e articolato, con l’inserimento di una sezione gemella di quella destra sul fronte opposto, e che il risultato ottenuto fosse semplicemente dovuto alle ristrettezze planimetriche della proprietà.

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Particolare della loggia affacciata sul Canal Grande.

La ricerca documentaria ha dimostrato invece che proprio questa caratteristica spinse il committente a pianificare il progetto iniziale con i caratteri odierni. Egli seppe giocare quindi con gli elementi a sua disposizione, con equilibri di vuoti e pieni, elementi in luce e in ombra. Elaborò anche uno schema geometrico basato sulle parti verticali, come i decori angolari a colonne tortili e paraste, come le serie di finestre a marmi traforati che serrano ai lati le due sezioni o soprattutto la fascia mediana, decorata con motivi veneto bizantini antropomorfi forse recuperati da quelli dell’edificio precedente e che lasciano il posto, nell’ultimo piano, allo stemma di famiglia. A questa scansione segue quella orizzontale, idealmente parallela all’acqua, segnata dalle logge, dalle cornici marcapiano e dalle ringhiere dei balconi. La scelta di tare tanto spazio al vuoto delle logge può essere legato anche ad una consuetudine veneziana, che si trasmetterà anche in Terraferma. Essa infatti gioca sul far comunicare l’edificio con il suo contesto, facendo entrare gli ariosi spazi esterni di una piazza, di un campo o, come in questo caso, di un grande canale nell’organizzazione strutturale e visiva delle case.

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Ingresso della Ca d’Oro sul Canal Grande.

A quest’armonia strutturale, seguendo le forme del gotico veneziano, caratterizzato dalla ricchezza dei dettagli e da strutture leggere e ricamate, ci si occupò anche dell’armonia decorativa. Essa si struttura secondo uno schema ascensionale che vede i piani più alti più ricchi e moderni. Ciò è visibile in due settori in particolare: le logge e le serie di finestre ai loro lati. La loggia alla base, vero e proprio accesso con le barche, presenta semplici archi gotici ai lati e uno a tutto sesto al centro. La loggia superiore, più antica e costruita dal Raverti, presenta colonne che reggono un fregio traforato da quadrilobi con una modanatura molto corposa. Questa in particolare ricorda quella che decora la loggia del primo piano di Palazzo Ducale, aperta su piazza San Marco. Tale modanatura diviene invece più sottile e tagliente all’ultimo piano, con i quadrilobi che divengono più squadrati. Tale sezione si deve alla seconda fase del cantiere, ad opera dei Bon. A rendere ancora più ricco l’ornamento del palazzo, i Bon realizzarono la merlatura bianca orientale, con sottili pinnacoli cruciformi.

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Particolare dei quadrilobi della loggia superiore costruita dal Raverti.

L’armonia mostrata dal palazzo venne poi arricchita alla fine dei lavori con l’aggiunta di cromie accese, grazie all’uso dei marmi e del colore. Il Contarini si rifornì infatti di marmi pregiati e di colori differenti provenienti da tutto il Mediterraneo e, agli inizi degli anni’30, convocando sul cantiere un altro artista di alto livello, Giovanni Charlier, detto Giovanni di Francia, noto anche come Zanino di Pietro. Questi era un artista veneziano, ma figlio di un pittore francese e imparentato con una famiglia veneziana di miniatori, attivo in molti contesti italiani, legati all’ambiente veneziano  adriatico ma aperti anche al panorama centro italiano e transappenninico. Un pittore rinomato, che si colloca tra la pittura di Altichiero di Zevio e il gotico fiorito di Pisanello e Gentile da Fabriano. Lo Charlier interverrà in modo diverso sul cantiere, importante anche per la sua toponomastica. L’intervento principale fu quello di pittura della facciata. Il pittore si occupò infatti di coprire con biacca ad olio, rosso cinabro e nero molti dettagli della ricca decorazione. Nello stesso tempo intervenne con durature sulle pome della merlatura, i leoni sulle colonne d’angolo e sulle bordature delle finestre. Ampia doratura ebbe anche lo stemma Contarini in pietra, che venne dipinto in oro e blu, utilizzando polvere di lapislazzuli. Tale scelta del committente doveva avere due scopi importanti. Da una parte rendere cromaticamente più intensi i colori che i marmi e le decorazioni davano al fronte del palazzo. Dall’altra l’uso di materiali pregiati e costosi, come marmi, oro e lapislazzuli, sottolineava la ricchezza e le potenza del suo patrono ma anche dava lustro al medesimo edificio, ridotto in dimensioni ma sfarzoso nelle forme. Uno sfarzo tale da rimanere nella memoria dei veneziani tanto da far rimanere nella storia il suo soprannome, quello di Ca (casa) d’Oro. Accanto a questi lavori Zanino di Pietro ebbe l’incarico tra il 1432 e il 1434 di decorare in modo affine la controfacciata sul cortile e di dipingere tre sale del piano nobile, da realizzarsi a tema di verzura e chasamenti, probabilmente simili a quelle rappresentazioni di caccia e corte tipiche del tempo, come quelle di palazzo Borromeo a Milano e del  Castello del Buonconsiglio a Trento.

La facciata nell’Ottocento, dopo i lavori di Giovan Battista Meduna.

Il cantiere proseguì la propria attività fino ai primi Anni Quaranta del secolo, ma doveva essere quasi concluso alla metà del decennio precedente, in corrispondenza con il matrimonio del figlio Leonardo con una Morosini e in seguito con il secondo dello stesso Contarini che, dopo la morte della prima moglie, sposò nel 1437 Lucia Corner, da cui nacque il suo unico erede Pietro.

La storia dei successivi quattro secoli non fu però florida come la sua nascita. Le dinamiche ereditarie portarono infatti alla sua decadenza, legata soprattutto al suo frazionamento tra i vari rami della famiglia. Questa condizione proseguì fino all’Ottocento, quando, dopo vari passaggi di proprietà, fu acquisito dal principe russo Alessandro Trubetzkoj nel 1846. La condizione del palazzo era all’epoca già precaria, tanto da essere definito quasi in rovina. Il nobile russo decise di donare il palazzo alla propria amata, la ballerina Maria Taglioni, che possedeva già diverse proprietà tra i palazzi del Canal Grande. Tale acquisizione fu importante perché portò ad una profonda trasformazione del monumento. La nuova proprietaria decise di recuperare il palazzo, richiamando artisti di valore, i quali però agirono in modo estremamente invasivo sulla struttura. La necessità forse di rendere il luogo più moderno e adatto alla vita sociale dell’inizio dell’800 portò però ad interventi che modificarono le stesse strutture antiche, più che in passato.

Ritratto di Giorgio Franchetti di Franz von Lenbach nella Galleria Franchetti.

L’architetto scelto, Giovanni Battista Meduna, apprezzato come ricostruttore del Teatro La Fenice, che aveva subito un incendio, intervenne sulla facciata aprendo nuove finestre e obliterandone altre e modificando quindi l’originale armonia. Si occupò inoltre di eliminare alcune parti, come lo scalone marmoreo o la vera del pozzo, che furono messe sul mercato antiquario.

Tale condizione si mantenne per tutto il secolo, anche se il palazzo rimase comunque un punto di riferimento culturale della città, in cui vennero ospitati intellettuali importanti del panorama veneziano e italiano. Il suo destino mutò però nel 1894, quando venne acquistato dal barone Giorgio Franchetti. Costui decise e attuò un programma che voleva riportare l’edificio al suo antico splendore e alla sua gloria. A guidare il barone era l’idea di poter recuperare il monumento come sua abitazione ma soprattutto di farne un luogo di cultura: esempio di palazzo patrizio veneziano del primo Rinascimento ma anche sede della sua ricca collezione d’arte, che potesse essere messa a disposizione del pubblico. Decise quindi di recuperare e rimettere in sede i materiali dispersi, come la vera del pozzo e la scala marmorea, cui si aggiunsero altri elementi, costruiti per poter decorare le parti irrecuperabili, ma che furono realizzate in modo filologico all’ambiente.

Il grande pavimento a tessere a mosaico e marmi del portico al piano terra.

A questa seconda categoria appartengono sia il decoro marmoreo a rombi sulla parete del piano terra sia soprattutto il grande pavimento a tessere a mosaico e marmi che lo caratterizza. Il Franchetti lavorò con grande attenzione a quest’impresa, utilizzando marmi di cavatura moderna ma della ricchezza degli originali e costruendolo su modelli della tradizione bizantina e poi veneziana, come quelli della Basilica Marciana o di quella di Torcello. Il suo interesse a quest’opera lo spinse a coinvolgere i suoi stessi amici nel lavoro, tra i quali il Vate Gabriele D’Annunzio.

I piani superiori vennero invece dedicate alla ricca collezione. Qui gli interventi furono minimi, se non per la copertura di un vano con specchiature di marmo e il recupero di un soffitto a cassettoni, dove fu collocato il capolavoro della collezione, ossia il San Sebastiano di Andrea Mantegna, realizzato nel 1506. Il patrimonio del barone Franchetti venne quindi diviso tra il primo piano, dedicato al Quattrocento veneziano, con il doppio ritratto di Tullio Lombardo o alcuni pannelli delle Storie della Vergine di Vittore Carpaccio, provenienti dalla Scuola degli Albanesi, ed un ultimo piano rivolto al Cinquecento, con la raccolta soprattutto di una serie di lacerti di affresco provenienti dall’intera città, tra i quali alcune parti del ciclo, realizzato da Giorgione e Tiziano, al Fondaco dei Tedeschi, e ora a Palazzo Cornaro. L’elaborazione del museo terminò con la morte del Franchetti nel 1922, quando egli la lasciò allo Stato Italiano. Lo stesso barone vive ancora nella sua casa, sepolto in un’urna sotto un ceppo di porfido al piano terreno.

La Ca’ d’Oro è quindi un monumento importante, simbolo della ricchezza di Venezia nel Tardo Medioevo e segno delle trasformazioni che la città ha subito lungo i secoli. Un modello della complessità che vive il Quattrocento, che mescola il gotico fiorito e gli inizi del Rinascimento. Un esempio importante di patrimonio messo a disposizione della cittadinanza, e che non è, come spesso si crede, una semplice quinta teatrale.

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