Caporetto, storia di una disfatta

Caporetto. Un nome da sempre associato all’idea di sconfitta. Ancora oggi, a più di cento anni da quella che fu una delle maggiori catastrofi militari mai affrontate dal nostro esercito gli storici non hanno smesso di dibattere sulle cause che portarono al disastro. Dopo due anni e mezzo di logorante guerra di trincea, l’esercito italiano cedette di schianto sotto i colpi dell’offensiva nemica, giungendo quasi al collasso totale. Vediamo cosa rese possibile una simile disfatta.

Un fante italiano tra le rovine di posizioni austriache sul Carso durante l’undicesima battaglia dell’Isonzo.

Tra i fattori che i contribuirono allo sfondamento austro-tedesco del 24 ottobre vi fu senz’altro la stanchezza dei nostri soldati, usciti estremamente provati dall’undicesima battaglia dell’Isonzo combattuta ad agosto. Le operazioni militari dell’estate 1917 erano state affrontate dall’esercito italiano con la convinzione di poter dare la “spallata” decisiva al sistema difensivo austro-ungarico e poter così entrare  trionfalmente a Trieste così come si era conquistata Gorizia l’anno precedente.

La mancata conquista di Trieste prospettata all’inizio della battaglia contribuì ad aumentare lo scoramento tra le file italiane, aggravato dalle perdite subite: Erano infatti caduti complessivamente circa 30 mila nostri soldati e un numero quasi quattro volte superiore rimase ferito. Ormai l’autunno del 1917 era alle porte e dopo due anni ancora non si riusciva a vedere la fine di quella guerra devastante, cominciata nella primavera del 1915 tra i grandi entusiasmi del   “maggio radioso”.

Truppe d’assalto austro-ungariche sul fronte dell’Isonzo nel settembre 1917

Se l’Italia piange, dal canto suo l’Austria di certo non ride: i nostri avversari avevano subito perdite in termini di morti, feriti e prigionieri inferiori alle nostre ma ugualmente gravi. Il maresciallo Svetozar Borojević von Bojna, che proprio per la sua strenua resistenza agli assalti italiani si guadagnò il soprannome di “Leone dell’Isonzo”, era ben consapevole che le sue armate non avrebbero retto a un’ipotetica dodicesima battaglia dell’Isonzo. Cominciò quindi a studiare una possibile controffensiva ma per mettere in atto il piano fu costretto a chiedere il supporto degli alleati tedeschi. Borojević infatti, non disponeva di forze sufficienti per compiere un attacco.

Il crollo della Russia, dove a febbraio la sollevazione degli operai e dei soldati a Pietrogrado (attuale San Pietroburgo) aveva costretto lo zar Nicola II all’abdicazione, permetteva agli austro-tedeschi di spostare una parte delle proprie forze dislocate sul fronte orientale verso occidente.

Tubi lancia-gas tedeschi. Queste armi verranno utilizzate per sfondare le linee italiane tra Plezzo e l’Isonzo.

Il capo dell’esercito tedesco Paul von Hindenburg e il suo capo di stato maggiore Erich Ludendorff acconsentirono quindi, dopo molte insistenze dei comandi austriaci, all’invio sul fronte italiano di un corpo d’armata composto da sette divisioni al comando del generale Otto von Below.

Il piano concepito dalle forze austro tedesche consisteva nell’aprire una falla nello schieramento italiano attraverso la quale sarebbero potute passare le fanterie che avrebbero poi preso alle spalle le forze italiane , schierate in massima parte sulla linea del fronte con pochi o nessun reparto in retroguardia, in ossequio alla dottrina offensiva impostata da Cadorna. Una volta chiuso in questa gigantesca sacca l’esercito italiano sarebbe stato in trappola ed agli Imperi Centrali si sarebbe aperta senza più ostacoli la strada dell’invasione della pianura padana, forse addirittura  fino all’occupazione di Milano. Il punto in cui operare la penetrazione fu individuato in un tratto di fronte lungo circa 30 km, tra Tolmino e Plezzo, vicino a un’altra località chiamata Caporetto, oggi in territorio sloveno e nota con il nome di Kobarid.

Mappa dell’avanzata austro-ungarico-tedesca in seguito alla ritirata italiana.

Mentre si preparava la tempesta, il nostro generalissimo, Luigi Cadorna dal canto suo non valutava come imminente un’offensiva austriaca, anche considerando il fatto che essendo ormai la fine di ottobre le operazioni militari da ambo le parti avrebbero conosciuto una fase di stanca. Questa convinzione strideva però con quanto riferito dai nostri servizi di intelligence che nei giorni precedenti Caporetto avevano ricevuto notizie allarmanti circa un grande attacco austriaco in preparazione,  stando a quanto riferito da disertori rumeni e boemi transfughi dall’esercito imperiale.

Truppe tedesche catturano numerosi soldati italiani in una trincea durante le fasi iniziali dello sfondamento di Caporetto.

Fu così che all’alba del 24 ottobre 1917 austriaci e tedeschi diedero il via allo sfondamento delle linee italiane, preceduti da un massiccio bombardamento di artiglieria e da attacchi con gas che annichilirono i nostri soldati. Allo sfondamento di Caporetto prese parte tra i soldati tedeschi inviati a supporto degli austriaci anche un capitano ventiseienne al comando di una compagnia di Alpenkorps del Wurttemberg, Erwin Rommel, che al comando della sua unità fece migliaia di prigionieri tra i nostri soldati.

Intuito il pericolo di un accerchiamento completo delle truppe italiane ad opera del nemico, Cadorna diede ordinò che il Regio Esercito si ritirasse dall’Isonzo per attestarsi su una nuova linea difensiva costituita dal fiume Tagliamento. Quando però di rese conto che tenere quelle posizioni era impossibile ordinò la ritirata fino al Piave, abbandonando in pratica l’intera pianura veneta alla mercé degli austro-tedeschi.

Per gli italiani Caporetto fu un disastro: non solo il nemico aveva conquistato una porzione ragguardevole di territorio nazionale, ma aveva potuto impadronirsi di rilevanti quantità di materiale bellico e prendere prigionieri l’impressionante numero di 300 mila nostri militari. In tutta l’operazione il nemico fu favorito dalla disposizione delle nostre forze, che, in ossequio all’approccio offensivo di Cadorna, erano concentrate quasi completamente in prima linea, lasciando pressoché sguarnite le retrovie.

Cannoni italiani catturati dagli austro-tedeschi durante l’avanzata

Cadorna reagì alla disfatta attribuendone la colpa, come scrisse nel bollettino di guerra “a reparti della II Armata, vilmente arresisi senza combattere”. Il Governo, intuendo la pessima figura che avrebbero fatto le nostre armi diffondendo una notizia del genere, intervenne per  bloccarne la pubblicazione ma non poté impedire che le copie nel frattempo già spedite fossero consegnate ai comandi alleati. Questo contribuì a rafforzare la già pessima nomea degli italiani come soldati e Caporetto restò nella storiografia straniera come una battaglia persa perché gli italiani erano scappati davanti al nemico. E non vi è nulla di più falso.

Cadorna, a seguito del disastro, fu defenestrato e al suo posto fu nominato il generale napoletano Armando Diaz, al quale fu assegnato il compito di ricostruire quasi da zero un esercito con il morale ormai sotto gli scarponi. Diaz adottò da subito una strategia difensiva diametralmente opposta a quella del suo predecessore.

La casa sbrecciata con la famosa scritta patriottica divenuta simbolo della resistenza italiana sul Piave.

Da quel momento, infatti, l’obbiettivo prioritario sarebbe stato tenere a tutti i costi la linea del Piave, il che riuscì ai nostri soldati favoriti da una minore lunghezza del fronte, che permetteva di concentrare meglio le forze, oltre che dal progressivo scemare dello slancio offensivo austro tedesco. In aiuto ai veterani, Diaz ordinò la coscrizione dei diciottenni, i celebri “Ragazzi del ’99”. Un ulteriore contributo alla difesa venne fornito dai rinforzi inviati in Italia dai nostri alleati francesi, inglesi e (in misura minore) americani.

Caporetto è stato uno di quei momenti bui della storia nazionale in cui gli italiani dimostrarono contro ogni aspettativa di saper rialzarsi e continuare a lottare contro le avversità. L’Italia, dopo Caporetto, avrebbe potuto crollare e invece, stringendo i denti, seppe resistere. Una volta sul Piave, quei giovani in divisa che erano i nostri nonni e bisnonni, mostrarono al mondo che l’Italia non era solo un’espressione geografica come avrebbero potuto pensare gli austriaci, ma una Nazione. E sarà proprio dal Piave, che, con rinnovato vigore, esattamente un anno dopo Caporetto partirà la riscossa di Vittorio Veneto.

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