Quarantotto a Milano!

STORIA DELLE CINQUE GIORNATE DI MILANO E DELLA PRIMA GUERRA D’INDIPENDENZA ITALIANA (1848-49)

Nel marzo del 1848 Milano era in subbuglio! A mettere in agitazione la cittadinanza del capoluogo lombardo era stata la notizia dei moti di Vienna che avevano portato alle dimissioni dell’ottuagenario cancelliere Metternich, regista della Restaurazione post napoleonica al potere da quarant’anni. 

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Allegoria della “primavera dei popoli” del 1848 in un dipinto dell’artista francese Frederic Sorrieu.

Tutto l’impero austriaco era in fermento: Boemia e Ungheria si erano sollevate contro il dominio asburgico mentre in Italia i veneziani si erano sollevati contro la guarnigione austriaca guidati da Daniele Manin e Niccolò Tommaseo, proclamando la nascita della Repubblica di San Marco. Sembrava che tutta l’Europa fosse stata incendiata dalla rivoluzione dopo che a Parigi, in febbraio, i tumulti popolari avevano costretto all’abdicazione Re Luigi Filippo.

Fin dal 1815 Milano era capitale del Regno Lombardo-Veneto, a sua volta parte dell’Impero Austriaco. All’epoca dei fatti di cui stiamo parlando la città, decisamente più piccola della metropoli di oggi, contava circa 200 mila abitanti, stretti nella cerchia delle vecchie mura spagnole e dei navigli. Ormai da diversi anni nel capoluogo lombardo era diffuso un crescente malcontento verso la dominazione asburgica, pertanto si capisce come notizie tanto sconvolgenti una volta giunte sotto la Madonnina avessero infiammato gli animi lasciando intravedere finalmente la possibilità di un radicale cambiamento nel governo di Milano e della Lombardia.

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Mappa topografica di Milano alla metà del XIX secolo.

L’insofferenza al dominio austriaco che, eccezion fatta per la parentesi napoleonica, durava ininterrottamente dal 1714, si era manifestata già verso la fine dell’anno prima, nel settembre del 1847, in occasione dell’ingresso in città del nuovo arcivescovo Carlo Bartolomeo Romilli, successore dell’austriaco Karl Kajetan von Gaisruck. I festeggiamenti per la nomina di un prelato italiano, accompagnati da un insistente canto dell’inno a Pio IX, provocarono la reazione della polizia, che caricò la folla in Piazza Fontana, uccidendo un manifestante e ferendone altri.

Le cose peggiorarono nei primi giorni di gennaio del 1848, quando i milanesi inscenarono un vero e proprio sciopero, astenendosi dal consumo di tabacco e dal gioco del lotto, che costituivano due delle più importanti fonti di entrate per l’amministrazione asburgica. Per tutta risposta il comando austriaco ordinò ai soldati di andare per strada fumando ostentatamente sigari, aggredendo i passanti e forzandoli a fumare. La tensione era palpabile tanto più che i militari, nel corso degli alterchi con i cittadini non si fecero scrupolo di mettere mano alle armi, provocando 6 morti e oltre 80 feriti. Tuttavia la brutale repressione dello sciopero del fumo, lungi dal riportare l’ordine, contribuì soltanto quello di esacerbare gli animi.

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Mappa del Regno Lombardo-Veneto, di cui Milano era capitale fin dal 1815.

Le notizie riguardanti la rivolta di Palermo del 12 gennaio e la conseguente decisione del Re Ferdinando II di concedere la Costituzione, cui seguirono, tra febbraio e marzo, la concessione di costituzioni nel Granducato di Toscana e nello Stato Pontificio e la promulgazione dello Statuto Albertino nel Piemonte sabaudo, fecero salire a livelli ancora più alti la tensione a Milano. La reazione austriaca si dispiegò con la proclamazione in tutto il Lombardo-Veneto, della Legge Stataria, con la quale venivano sospese le garanzie previste per gli imputati nei processi, negando per di più la possibilità di inoltrare richiesta di grazia contro la sentenza emessa da un giudice. I provvedimenti repressivi tuttavia non valsero a riportare l’ordine anche se il governo austriaco si astenne dal fare ulteriormente ricorso alla forza, probabilmente memore delle sanguinose conseguenze della repressione dello sciopero del tabacco. In ogni caso, come si può facilmente intuire, il rapporto tra governanti e governati era ormai giunto a un punto di rottura.

Manifestazione popolare in Piazza Duomo a Milano il 18 marzo 1848.

La situazione iniziò a sfuggire di mano al governo imperiale verso la metà di marzo del 1848 quando, in seguito alla diffusione delle notizie riguardanti l’insurrezione viennese e le dimissioni di Metternich, l’Arciduca Ranieri d’Asburgo, Viceré del Lombardo-Veneto, e il Governatore della Lombardia, Conte Johann Baptist Spaur, preferirono lasciare Milano per spostarsi nella più tranquilla Verona. In un clima che nonostante la stagione possiamo definire incandescente, si costituì un consiglio rivoluzionario di ispirazione mazziniana animato da patrioti come Luciano Manara, Carlo Tenca, Cesare Correnti e i fratelli Emilio ed Enrico Dandolo. Nella notte fra il 17 e il 18 marzo 1848 esso redasse e diede alle stampe un proclama nel quale si invitava a raccolta la cittadinanza milanese per l’indomani fra Piazza San Babila e la chiesa di San Carlo, lungo Corsia dei Servi (attuale Corso Vittorio Emanuele). L’appello terminava con queste parole “Il destino d’Italia è nelle nostre mani: un giorno può decidere la sorte d’un secolo. Offriamo pace ma non temiamo guerra!”.

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Il Maresciallo austriaco Josef Radetzky, comandante della guarnigione di Milano e principale avversario degli insorti lombardi.

Nel tentativo di calmare gli animi il Conte O’Donnell, vice dell’assente Governatore Spaur, pubblicò un bando nel quale si rendeva nota la decisione di Ferdinando I d’Asburgo di concedere alle varie nazionalità dell’Impero una maggiore autonomia. Il gesto tuttavia non valse a disperdere la folla che si stava minacciosamente ammassando. I dimostranti chiedevano a gran voce la fine della repressione poliziesca, la concessione della piena libertà di stampa oltre all’istituzione di una guardia civica in sostituzione della polizia. A quel punto O’Donnell informò il podestà Gabrio Casati del fatto che ormai non gli restava altra alternativa se non quella di conferire pieni poteri al comandante della guarnigione cittadina, Maresciallo Radetzky, affinché stroncasse sul nascere la ribellione con la forza. Casati tuttavia, convinto che l’insurrezione si potesse ancora evitare, persuase O’Donnell a desistere da tale proposito ma questi ben presto ebbe di che pentirsi per avere ascoltato il consiglio, in quanto di lì a poco la situazione precipitò.

Un gruppo di facinorosi assaltò la residenza del Governatore disarmandone le guardie e prese prigioniero O’Donnell. Il Conte fu liberato dall’intervento di Casati e dell’Arcivescovo Romilli ma ben presto sopraggiunse la folla e anche costoro si trovarono presto prigionieri di fatto dei dimostranti.

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Ragazze sventolano bandiere tricolori durante le Cinque Giornate di Milano in un dipinto di Carlo Stragliati

O’Donnell, ancora esitante sul da farsi, fu allora invitato ad affacciarsi al balcone perché si rendesse conto della situazione. Nella piazza sottostante c’era una folla che gridava sempre più forte “Abbasso la polizia! Vogliamo la guardia civica!”. Messo con le spalle al muro dai milanesi, il Conte, pallido e tremante, fu quindi a firmare una serie di decreti con i quali veniva incontro alle richieste della cittadinanza.

Informato a sua volta della situazione, il Maresciallo Radetzky, furente per il fatto che O’Donnell gli aveva vietato di intervenire, decise allora di entrare in azione. Dalla sua casa in via Brera si trasferì con tutto il suo stato maggiore nel Castello Sforzesco, sede del comando cittadino. Intanto, non sappiamo se per iniziativa dei milanesi o a causa dei soldati imperiali, che reagirono sparando a qualche provocazione, presto scoppiarono tafferugli in tutta Milano.

Il vecchio Maresciallo inviò poi un distaccamento che irruppe in Municipio prendendo prigionieri tutti coloro che si trovavano in quel momento nel palazzo e traducendoli nelle prigioni del Castello. Con grande scorno di Radetzky tuttavia, tra gli arrestati non figuravano né O’Donnell, che il Maresciallo aveva sperato di liberare, né Casati, considerato, a torto, l’ispiratore della rivolta. In ogni caso il generale credette di avere i ribelli in pugno e questo fu il messaggio che trasmise a Vienna. Purtroppo per lui si sbagliava di grosso.

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Acquerello di Felice Donghi del 1848 che mostra una delle barricate erette a Milano durante le Cinque giornate

Intanto i componenti del Consiglio municipale, in gran parte aristocratici e borghesi nei quali il patriottismo faceva il paio con una buona dose di conservatorismo, tentarono allora per l’ultima volta di fermare la tempesta ormai in atto, dalla quale essi stessi si sentivano minacciati. In effetti nelle strade accanto al grido “Morte all’Austria!”, si udiva anche quello di “Morte agli sciuri!” ossia ai “signori” in dialetto milanese. Inviarono allora un messaggio agli insorti, invitandoli a cessare immediatamente i disordini “che ad altro non potrebbero condurre se non ad una inevitabile strage”, e un altro a Radetzky, appellandosi alla sua clemenza. Il Maresciallo rispose che, qualora i milanesi non avessero deposto immediatamente le armi, avrebbe scatenato sulla città i suoi 14 mila soldati e i suoi 200 cannoni. A quel punto Milano rispose rizzando centinaia di barricate, difese anche dalle finestre e dai tetti delle abitazioni, che a volte vennero private dei muri per creare vie di comunicazione più veloci. Le strade vennero dissestate e cosparse di ferri e vetri per rendere impossibile l’azione della cavalleria. Intanto i bambini dell’orfanotrofio, i piccoli “martinitt” assicuravano i collegamenti fra i vari quartieri fungendo da staffette portaordini.

L’armeria del cavaliere Ambrogio Uboldo invasa dagli insorti milanesi per provvedersi delle armi il 19 marzo 1848

Contemporaneamente, nel tentativo di risolvere il problema della carenza di armi a loro disposizione gli insorti arrivarono a saccheggiare i persino musei, tra i quali la collezione di armi antiche dell’Uboldo, asportandone spade e alabarde. A conti fatti però, oltre alle armi bianche, i milanesi disponevano soltanto alcune centinaia di fucili da caccia e pistole, ossia nulla a paragone delle forze su cui poteva contare Radetzky, il quale oltretutto si trovava nella posizione di poter stringere d’assedio di milanesi. Gli austriaci infatti controllavano tutti gli accessi alla città oltre a quasi tutti gli edifici pubblici come caserme, uffici di polizia e anche il Duomo, sul cui tetto erano posizionati gli Jäger con l’ordine di sparare a vista su chiunque capitasse nella loro area di tiro. Nonostante l’evidente inferiorità però, una volta ingaggiato lo scontro, gli insorti dimostrarono grande tenacia e coraggio: “I gioven de Milan/ han cumincia’ la guera/ col fazulet in man” cantavano i ragazzi sulle barricate sfidando la pioggia battente e le pallottole che fischiavano tutto intorno a loro.

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Cittadini milanesi sulle barricate in un dipinto di Baldassare Verazzi. 

L’insurrezione giunse ad un punto di svolta il 20 marzo, terzo giorno di combattimenti per le strade. Quel giorno, per iniziativa degli elementi democratici e mazziniani, si costituì a Palazzo Taverna, in via Bigli, un “consiglio di guerra” composto da Enrico Cernuschi, Giorgio Clerici, Giulio Terzaghi e presieduto da Carlo Cattaneo, che assunse la direzione militare delle operazioni. La resistenza fu organizzata costruendo mongolfiere per poter inviare in tutta sicurezza messaggi fuori le mura; agli astronomi fu detto di sorvegliare il nemico da torri e campanili, gli impiegati del catasto e gli ingegneri vennero consultati per sapere come meglio muoversi in città, mentre i piccoli ospiti dell’orfanotrofio, i “martinitt”, funsero da staffette portaordini tra il consiglio di guerra e le barricate.

Ben presto, sotto la pressione dei milanesi che non diedero loro tregua, i soldati imperiali vennero progressivamente respinti verso la periferia. Radetzky quindi, nella notte tra il 19 e il 20 marzo, diede ordine a tutti i distaccamenti sparsi per Milano di trincerarsi nel castello e di mantenere il controllo della cinta muraria, permettendo così a due coraggiosi patrioti, Luigi Torelli e Scipione Bagaggia, di salire sul Duomo per porre simbolicamente il tricolore italiano sulla guglia della Madonnina.

Carlo Cattaneo, tra i principali leader dell’insurrezione delle Cinque Giornate. Repubblicano, si oppose all’intervento sabaudo in Lombardia.

Messo alle strette, verso il mezzogiorno del 20 marzo il Maresciallo inviò al consiglio di guerra un maggiore croato con una richiesta di tregua di quindici giorni. La proposta armistiziale generò una prima spaccatura fra il moderato Casati e il democratico Cattaneo. Mentre il primo era propenso ad accettare il secondo rifiutò senza esitazioni adducendo che la tregua avrebbe dato tempo agli austriaci di riorganizzarsi e contrattaccare, soffocando nel sangue la rivoluzione. Dopo una discussione dai toni assai accesi, Cattaneo riuscì ad imporre il proprio rifiuto.

La notizia del respinto armistizio venne immediatamente comunicata ai combattenti sulle barricate, che l’accolsero con entusiasmo. Lungi dal difendersi i milanesi passarono all’offensiva per conquistare una delle porte cittadine e spezzare così il loro isolamento e consentire l’ingresso in città alle colonne di volontari che stavano affluendo dalla Valtellina e dalla Brianza. Il 21 gli insorti si impadronirono del palazzo del Genio in via Monte di Pietà, grazie all’iniziativa del calzolaio Pasquale Sottocorno, il quale riuscì ad incendiarne la porta. Ormai con l’acqua alla gola, Radetzky annunciò l’intenzione di bombardare Milano. I consoli stranieri presenti in città si precipitarono da lui per indurlo a desistere da un simile proposito. Il Maresciallo si lasciò convincere e ripresentò una proposta di tregua della durata di tre giorni. Ancora una volta Casati fu a favore d Cattaneo contro. Sì trattò della seconda frattura tra i due personaggi e più in generale tra le due anime dell’insurrezione, moderata e democratica. Tuttavia, di lì a poco se ne sarebbe consumata una terza. 

Il calzolaio Pasquale Sottocorno, che volle partecipare all’insurrezione benchè fosse zoppo.

Il Conte Enrico Martini, di ritorno da Torino, era infatti riuscito ad attraversare le linee austriache e a fare rientro in città. Egli riferì che Carlo Alberto di Savoia era pronto a varcare il Ticino alla testa del suo esercito per dar man forte agli insorti a patto che la cittadinanza milanese gliene facesse formale richiesta. L’intervento piemontese era fortemente sponsorizzato dall’ala moderata del movimento patriottico lombardo, guidato da Casati. I moderati, tutti di estrazione aristocratica e borghese, per mentalità, educazione e tradizione nutrivano forti sospetti nei confronti delle barricate e con esse non potevano simpatizzare. Per costoro solo la vittoria dell’esercito piemontese in una campagna militare avrebbe potuto assicurare la libertà di Milano e della Lombardia. Cattaneo si oppose ancora una volta con risolutezza all’eventualità di un intervento sabaudo. Perché, diceva, affidare le sorti della Lombardia ad un principe straniero senza peraltro alcuna garanzia? Secondo Cattaneo, infatti, con il trionfo della rivoluzione ora i milanesi erano padroni del proprio destino.

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In questa vignetta satirica Meneghino (maschera che rappresenta Milano) “tira il collo” all’aquila asburgica dicendo “hai finito di beccarmi, regina del pollaio!”

La vittoria degli insorti giunse infine la sera del 22 marzo quando, dopo un primo assalto tentato in mattinata dapprima contro Porta Comasina e poi contro Porta Ticinese, entrambi falliti, i milanesi, guidati da Luciano Manara e ormai bene equipaggiati grazie alle armi catturate al nemico o rinvenute nelle caserme abbandonate, diedero l’ultima spallata alle forze imperiali presso Porta Tosa (in seguito per questo motivo ribattezzata Porta Vittoria), conquistata a tarda sera alla luce degli incendi che divampavano nelle case adiacenti, la bandiera tricolore fu issata sulle rovine da Francesco Pirovano, un garzone di panetteria di diciassette anni. L’idea vincente per assaltare le posizioni fortificate austriache arrivò da Antonio Carnevali, ex ufficiale napoleonico, che propose di avvicinarsi usando delle barricate mobili costituite da fascine di tre metri di diametro, bagnate per prevenire incendi, che i milanesi avrebbero dovuto far rotolare davanti a sé per ripararsi dai proiettili austriaci. I milanesi vittoriosi festeggiarono il loro successo con un Te Deum in Duomo. In prima fila, assieme alle autorità cittadine, due posti furono riservati alla patriota Luisa Battistotti Sassi e a Pasquale Sottocorno, distintisi nei combattimenti. Nel corso delle “Cinque giornate di Milano” gli austriaci avevano perso circa seicento soldati mentre non si conosce esattamente le perdite degli insorti, che furono probabilmente altrettante.

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La ritirata degli austriaci dal dazio di Porta Tosa (oggi piazza Cinque Giornate) la notte del 22 marzo 1848 (tempera su carta di Carlo Bossoli)

A quel punto, perso ormai il controllo di Milano e temendo un possibile intervento sabaudo, Radetzky fu costretto a evacuare Milano per ritirarsi con le sue truppe nel munitissimo “Quadrilatero” formato dalle fortezze di Mantova, Legnago, Peschiera e Verona. Quella sera Radetzky scrisse sul suo diario “Questa è la più terribile decisione della mia vita ma non posso tenere più a lungo Milano. Tutto il paese è in rivolta”. I rapporti pervenutigli da tutto il Lombardo-Veneto del resto parlavano chiaro: seguendo l’esempio di Milano, tutte le città della Lombardia erano insorte o si stavano preparando a farlo. Intanto anche in Veneto la rivoluzione andava diffondendosi come un incendio: quello stesso 22 marzo, a Venezia Daniele Manin aveva infatti proclamato la nascita della Repubblica di San Marco dopo che la popolazione, sollevatasi al grido di Viva di San Marco! aveva dato l’assalto all’Arsenale e armato una guardia civica.

La proclamazione della Repubblica di San Marco a Venezia da parte di Daniele Manin.

Le notizie provenienti dalla città lagunare rafforzarono le posizioni dei democratici e l’autorevolezza di Cattaneo in seno al consiglio di guerra. Per aggirarne l’opposizione all’intervento piemontese non restava che una soluzione: istituire anche a Milano un governo provvisorio al quale il consiglio di guerra fosse costretto a rispondere. Data la sua carica di podestà Casati fu il candidato naturale per assumere la presidenza dell’organo. La nomina di Casati rappresentò la sconfitta di Cattaneo e dei democratici: Martini fu infatti inviato nuovamente a Torino con un appello nel quale i milanesi chiedevano a Carlo Alberto di entrare in Lombardia.

Affidando le proprie sorti al Re di Sardegna, al suo esercito e alla sua diplomazia, la rivoluzione rinunciava di fatto a “fare da sè” anche se, di fronte alla schiacciante superiorità militare delle forze imperiali, i milanesi non avevano probabilmente altra scelta. Dal canto suo Cattaneo riteneva che affidare le sorti affidare le sorti della Lombardia a un Piemonte da lui ritenuto più arretrato dell’Austria sarebbe equivalso ad un tradimento. Casati definì Cattaneo una “canaglia” pronto a sacrificare l’idea della Patria per quella di parte, venendo a sua volta definito da Cattaneo “un ciambellano pronto a farsi in due per per servire contemporaneamente la corte di Vienna e quella di Torino”.

Re Carlo Alberto di Sardegna con la feluca in mano, a sinistra, accoglie le truppe piemontesi al passaggio del Ticino.

Il 23 marzo, all’indomani della fine dei combattimenti a Milano, Carlo Alberto dichiarò guerra all’Austria e quello stesso giorno l’esercito sabaudo iniziò a passare il Ticino. Le prime avanguardie piemontesi entrarono nel capoluogo lombardo il 26, guidate dal generale Passalacqua. In quel frangente, data grande confusione che agitava l’esercito austriaco in Italia, se le forze sabaude avessero agito con rapidità e decisione avrebbero potuto cogliere un successo decisivo.

Invece i piemontesi si mossero con estrema lentezza, fatto che consentì a Radetzky di ritirarsi quasi indisturbato nelle fortezze del Quadrilatero, dopo avere subito due sconfitte di modesta entità solo in due piccole battaglie al ponte di Goito (9 aprile) e a Pastrengo (30 aprile).

La carica dei carabinieri a cavallo durante la battaglia di Pastrengo.

Circa un mese dopo, i sardo-piemontesi assediarono la fortezza di Peschiera del Garda, uno dei vertici del Quadrilatero austriaco. Radetzky, nel tentativo di riconquistarla attaccò tra Mantova e Cremona, deciso a passare il Mincio e prendere alle spalle i piemontesi. Il generale tuttavia non aveva fatto i conti con i volontari toscani che presidiavano l’area tra Curtatone e Montanara. Gli austriaci riuscirono ad averne ragione soltanto dopo sette ore di feroci scontri che vanificarono l’effetto sorpresa su cui faceva affidamento Radetzky. Intanto, pur con la solita lentezza, il 30 maggio i piemontesi si ammassarono a Goito (MN) e sconfissero ancora una volta gli austriaci. Negli stessi giorni Peschiera si arrese.

Intanto in Lombardia, In Veneto e nei Ducati di Parma e di Modena vennero organizzati plebisciti che sancirono a larghissima maggioranza la volontà di annessione al Piemonte sabaudo.

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Granatieri sabaudi alla battaglia di Goito, il 30 maggio 1848.

L’entusiasmo era alle stelle e i soldati acclamavano già come “Re d’Italia” Carlo Alberto, che in poco più di due mesi e quasi senza spargimento di sangue aveva ottenuto più di quanto nessun Savoia avesse mai nemmeno osato sognare. Ma per realizzare una volta per tutte il sogno di un regno sabaudo dell’Alta Italia era necessaria una vittoria militare e per coglierla serviva un comandante dotato di risolutezza, coraggio e capacità strategiche, qualità delle quali Carlo Alberto, il “Re Tentenna”, purtroppo scarseggiava. L’incapacità di assumere l’iniziativa da parte di Carlo Alberto e dei suoi generali tuttavia, diede modo a Radetzky di ricevere dei rinforzi, che permisero al vecchio Maresciallo di riconquistare, il 10 giugno, Vicenza, difesa dai volontari pontifici del Generale Giovanni Durando, e poi di riprendere l’offensiva, battendo il 25 luglio 1848 l’esercito sardo-piemontese nel corso della battaglia di Custoza (VR). La sconfitta era tutt’altro che decisiva ma lo divenne a causa dell’atteggiamento rinunciatario dei piemontesi.

Carlo Alberto al balcone di palazzo Greppi a Milano il 5 agosto 1848 tenta di calmare la folla contraria alla resa della città

Il consiglio di guerra riunitosi il 27 luglio decise di chiedere un armistizio a Radetzky, proponendo il corso del fiume Oglio come linea di demarcazione tra i due eserciti. Il Maresciallo tuttavia esigette, ed ottenne, dai piemontesi il ritiro oltre l’Adda oltre all’abbandono dei Ducati emiliani e di Venezia, che sarebbe così rimasta sola in balia della vendetta austriaca. Le avanguardie asburgiche giunsero alle porte di Milano il 3 agosto. Il Re, sebbene avesse inizialmente respinto ogni proposta di abbandonare la città, il 4 agosto decise di porre fine alla guerra, scatenando l’ira dei milanesi, che si ammassarono attorno a Palazzo Greppi, dove il sovrano alloggiava, gridando al tradimento. Soltanto a sera i bersaglieri sgomberarono la folla e Carlo Alberto poté lasciare, o meglio fuggire, da Milano. Il 5 agosto fu firmata la capitolazione e il girono successivo austriaci rientrarono a Milano, da dove nel frattempo la maggior parte dei partecipanti alla lotta di liberazione era fuggita al seguito dei piemontesi.

Gli austriaci in vista di Milano ai primi di agosto del 1848.

Il 9 agosto, a Vigevano, il generale piemontese Carlo Canera di Salasco e quello austriaco Heinrich von Hess firmarono l’armistizio che poneva fine, almeno temporaneamente, alla prima guerra d’indipendenza. Il governo piemontese, infatti, per motivi di prestigio decise di riaprire la partita con l’Austria nel marzo del 1849, subendo tuttavia una decisiva sconfitta a Novara, il 23 di quello stesso mese. A seguito della disfatta Carlo Alberto abdicò a favore del figlio Vittorio Emanuele II.

Poco dopo, il 1° aprile, le forze imperiali soffocarono nel sangue la ribellione dei patrioti bresciani con una tale ferocia che il comandante austriaco von Haynau si meritò l’infame nomignolo di “Iena di Brescia”. Pochi mesi dopo il neoeletto presidente della Repubblica francese Luigi Napoleone Bonaparte inviò in Italia un corpo di spedizione allo scopo di abbattere la Repubblica Romana, proclamata il 9 febbraio, e restaurare il potere temporale di Papa Pio IX. Il quarantotto in Italia si chiuse quindi con un sostanziale fallimento delle forze democratiche e popolari ma questo non significò la fine dei sogni di indipendenza della Penisola: la fiamma della libertà italiana avrebbe continuato a covare sotto la cenere della repressione tornando a riesplodere prepotentemente dieci anni dopo, nel 1859, quando, al termine della seconda guerra d’indipendenza i Savoia con l’aiuto della Francia strapperanno la Lombardia all’Austria, primo vero passo nella lotta per “fare l’Italia”.

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