Mediterraneo in fiamme!

ORIGINI E CONSEGUENZE DELLA PRIMA GUERRA PUNICA (264 – 241 a.C.)

Narra Plutarco che il sovrano epirota Pirro, al momento di lasciare la Sicilia alla volta dell’Italia, avrebbe sibillinamente commentato “Quale campo di battaglia, oh amici, lasciamo a Cartaginesi e Romani!”. Rientrato in Italia nel disperato tentativo di raddrizzare le sorti, ormai compromesse, della guerra con Roma, il sovrano dell’Epiro fu sconfitto dalle legioni del console Manio Curzio Dentato e costretto a lasciare per sempre la Penisola italiana.

Il sovrano epirota Pirro invase l’Italia nel 280 a.C. chiamato in aiuto dai tarantini in guerra con Roma.

Attraversato l’Adriatico Pirro avrebbe cercato nuovamente la gloria in una campagna militare nel Peloponneso dove nel 272 a.C. avrebbe infine trovato una morte assurda causata pare da una pietra scagliatagli in testa da una vecchia. La scomparsa di Pirro ebbe come conseguenza il ritiro degli ultimi contingenti di truppe da lui lasciati a presidio di Taranto al comando del figlio Eleno e del fido luogotenente Milone. Stretta nella morsa dell’assedio romano la città si arrese infine in quello stesso 272 e con essa dovettero piegarsi di lì a poco tutte le altre poleis italiote così come i Bruzzii, i Lucani e i Sanniti, ribellatisi al seguito di Pirro. Con l’assoggettamento della Magna Grecia l’unificazione della Penisola da parte di Roma poté dirsi concluso.

Tuttavia l’assorbimento delle realtà greche dell’Italia meridionale ebbe anche un altro, importante, riscontro sul piano politico ed economico in quanto fece emergere prepotentemente gli interessi di una fazione mercantile e imprenditoriale composta tanto dalle classi dirigenti greche quanto da una parte della stessa aristocrazia senatoria non più legata esclusivamente al latifondo. Questo mutamento di equilibri nella politica romana pose le basi per il futuro scontro con la potenza cartaginese, con la quale, almeno finché Roma conservò la propria attitudine terrestre, i rapporti erano sempre stati buoni per non dire eccellenti.

La regina cartaginese Didone assieme all’eroe troiano Enea. la partenza di lui e il suicidio della regina furono, secondo la leggenda, alla base dell’odio tra Roma e Cartagine.

Secondo una leggenda riportata dagli autori classici Cartagine venne fondata intorno all’anno 814 a.C. dalla principessa fenicia Elissa, nota anche con il nome di Didone. Ella, originaria di Tiro, era stata costretta all’esilio dal fratello Pigmalione, sovrano della città, dopo che quest’ultimo le aveva assassinato il marito. Giunta nell’attuale Tunisia, aveva infine fondato Cartagine (dal fenicio Qart Hadasht, ovvero la “città nuova”) sul terreno acquistato dagli indigeni in seguito ad un’astuta trattativa. Dopo essere approdata sulle coste africane, infatti, Didone e i suoi seguaci ottennero da Iarbas, Re dei Numidi, il permesso di fondare un loro insediamento, occupando allo scopo tanto terreno “quanto ne poteva contenere una pelle di bue”. Didone allora giocando d’astuzia, tagliò la pelle bovina in tante striscioline e le mise in fila, in modo da delimitare quello che sarebbe stato il futuro territorio della città di Cartagine e riuscì a occupare un terreno di circa ventidue stadi quadrati.

La città di Cartagine con il suo porto. Sorta a partire dall’814 a.C., alla vigilia dello scontro con Roma la metropoli punica era il centro di un vasto impero marittimo.

La figura della regina di Cartagine compare anche nell’Eneide di Virgilio, all’interno della quale Didone è protagonista di una storia d’amore con Enea, approdato sulla costa africana nel corso delle sue peregrinazioni. Abbandonata dall’eroe troiano, costretto dagli dei a lasciare Cartagine per raggiungere l’Italia, Didone disperata si uccise dopo avere maledetto l’amante e la sua stirpe, gettando così il seme della futura inimicizia tra Cartagine e Roma.

Politicamente, nella prima fase della sua storia, Cartagine fu retta da un regime monarchico che però, già agli inizi del IV secolo cedette il passo a solidi e duraturi ordinamenti repubblicani. Sul piano istituzionale lo stato punico, dominato da una ricca oligarchia mercantile, era retto da due magistrati supremi, detti sufeti (dal fenicio shofetim, che significa “giudice”), i quali avevano il compito di amministrare la giustizia e guidare l’attività del senato.

Ricostruzione di alcuni mercenari al servizio di Cartagine.

Quest’ultimo, composto da trecento rappresentanti scelti tra le famiglie dell’aristocrazia cittadina, era il perno attorno cui ruotava l’intera vita politica cartaginese: esso promulgava le leggi e stabiliva le linee della politica estera, ratificando i trattati, stringendo alleanze, dichiarando la guerra e concludendo la pace. Al senato spettava infine il controllo politico sui comandanti delle forze armate, dei quali la classe dirigente punica temeva le possibili tentazioni autoritarie.

Anche se certamente in origine le truppe cartaginesi furono composte senza dubbio da cittadini, col tempo ad essi si affiancarono, in proporzioni sempre maggiori, dapprima reparti arruolati tra le popolazioni alleate o tributarie di Cartagine e poi truppe mercenarie. Il risultato fu che la presenza di cittadini nei ranghi delle armate puniche andò diradandosi fino a scomparire nel III secolo. Da allora l’impiego di coscritti rimase limitato soltanto alle necessità difensive del territorio africano. In seno alle forze armate, cartaginesi continuarono in ogni caso ad essere gli ammiragli della flotta e i generali dell’esercito. Sottoposti ad una rigida sorveglianza da parte del governo, in particolare attraverso il famigerato Consiglio dei Cento, la loro carriera e la loro stessa vita erano continuamente a rischio: in caso di sconfitta, se non erano uccisi dalle loro stesse truppe, i condottieri punici potevano essere di volta in volta esonerati dal comando, multati, o addirittura crocefissi. Anche in caso di vittoria non cessavano di essere oggetto di sospetti da parte dell’aristocrazia, incline alla diffidenza verso comandanti troppo popolari o troppo potenti. Per questi motivi anche uomini idonei al servizio tendevano a rifuggire ogni possibile incarico militare.

Flotta cartaginese in navigazione. Il dominio dei mari era alla base della prosperità di Cartagine.

La progressiva rinuncia alla pratica delle armi denota un rapporto contrastato con la guerra da parte di Cartagine, diametralmente opposto rispetto a quello delle poleis greche o della stessa Roma, dove invece strettissimo era il legame tra diritti politici e doveri militari. L’origine di tale atteggiamento va ricercato con ogni probabilità nella vocazione mercantile della città punica. Popolo di navigatori e commercianti, i cartaginesi erano alieni alle avventure militari e consideravano la guerra un affare potenzialmente rischioso, del quale era necessario valutare attentamente gli utili e i costi. Questo principio, costantemente alla base della politica estera cartaginese, non impedì in ogni caso ai punici di praticare un vero e proprio imperialismo che sfociò nell’instaurazione di una vera talassocrazia sul bacino occidentale del Mediterraneo, assicurata da una flotta militare all’avanguardia sia per quanto riguarda la qualità delle navi sia per la superiore abilità di manovra degli equipaggi.    

La ricchezza, e il potere derivante dal controllo del mare consentì a Cartagine di imporre il proprio dominio sugli altri centri di origine fenicia disseminati lungo la costa africana e di impegnarsi successivamente in un braccio di ferro secolare con le poleis greche di Massalia (Marsiglia), Cirene e soprattutto Siracusa. Alla viglia dello scontro con Roma Cartagine controllava un vero e proprio impero, comprendente basi sparse principalmente lungo tutta la costa africana, tra gli attuali Marocco e Tripolitania e, in misura minore, in Spagna (Malaga, Cadice e le Baleari). Erano poi sottoposte al dominio punico le isole del Mediterraneo occidentale, tanto le minori, come Malta e Pantelleria, quanto le maggiori come la Sardegna, la Corsica e la Sicilia, di cui Cartagine controllava stabilmente la porzione occidentale.

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Il Mediterraneo occidentale diviso fra Roma e Cartagine alla vigilia della prima guerra punica (264 a.C.)

Più o meno equivalente come estensione territoriale rispetto alla federazione romana, il dominio di Cartagine era tuttavia più densamente popolato: si stima che esso fosse abitato da una popolazione di circa 5 milioni di persone contro i poco più di tre milioni di abitanti dell’Italia romana. Tali risorse umane tuttavia non erano pienamente disponibili in caso di guerra in quanto diversa era la natura dei vincoli che univano Cartagine alle comunità ad essa soggette rispetti a quelli che legavano Roma alla confederazione italica. In effetti sembra ormai assodato che a Cartagine fossero sconosciuti quei meccanismi di cooptazione e integrazione dei ceti dirigenti locali in seno agli organi del governo centrale che invece costituivano la caratteristica peculiare dello stato romano, nonché la ragione prima della sua forza.

Come abbiamo già detto, nulla aveva fatto presagire la possibilità di uno scontro diretto fra Roma e Cartagine. Anzi, i rapporti tra le due potenze erano stati fino a quel momento molto buoni per non dire eccellenti. Il primo trattato, mediante il quale le due città fissarono le rispettive zone di influenza, risaliva addirittura al 509 a.C., anno di fondazione della Repubblica romana. Ad esso fecero seguito altri due accordi risalenti rispettivamente agli anni 348 e 306. L’ultima convenzione in ordine di tempo risaliva al 279 a.C., quando alle intese politiche e commerciali si aggiunse la symmachia, il patto militare di difesa reciproca stipulato in funzione anti epirota.

Il casus belli destinato a trascinare in guerra le due potenze venne dalla Sicilia. Qui nel 288 a.C. la città greca di Messana (Messina) era stata occupata da un esercito di mercenari osci noti col nome di Mamertini (ossia “i figli di Mamers”, versione italica del dio romano della guerra Marte). Assoldati a loro tempo dal tiranno di Siracusa Agatocle, i Mamertini si erano trovati improvvisamente disoccupati dopo la morte del loro “datore di lavoro” e il conseguente allontanamento dalla città. Con la partenza di Pirro, che aveva saputo tenerli a bada, i Mamertini ripresero le loro razzie ma nel 270 a.C. vennero affrontati e sconfitti dal nuovo tiranno siracusano Ierone II in una battaglia combattuta sulle sponde del torrente Longano, nei pressi dell’attuale Barcellona Pozzo di Gotto. Contro la minaccia siracusana i Mamertini richiesero assistenza tanto a Cartagine, che inviò a Messana un presidio, quanto alla stessa Roma.

Ierone II, Tiranno di Siracusa tra il 270 e il 215 a.C.. Fu dapprima nemico e poi alleato di Roma.

L’appello proveniente dalla Sicilia suscitò nell’Urbe un aspro dibattito. I Mamertini si erano appellati ai Romani in nome della comune origine italica ma d’altro canto la Res Publica aveva tutte le ragioni per rifiutarsi di intervenire: dal punto di vista morale i Mamertini avevano fama di essere dei briganti che in passato si erano abbandonati ad azioni efferate. Inoltre un intervento romano in Sicilia sarebbe stato interpretato come una violazione della propria sfera di influenza da parte di Cartagine, che avrebbe certamente reagito a quella che era a tutti gli effetti una violazione dei trattati precedentemente sottoscritti. Con un senato riluttante ad imbarcarsi in un’impresa tanto rischiosa, fu la maggioranza dei cittadini riuniti nei comizi a decidere di offrire ai Mamertini l’aiuto richiesto. Questo voto era il risultato dell’influenza della già citata fazione mercantile, i cui esponenti, in gran parte homini novi di recente ricchezza, guardavano con favore alla conquista delle ricchezze e delle scorte di grano della Sicilia, nonché alla possibilità di fondare colonie per aprire nuovi mercati e allentare la pressione sociale e demografica nella capitale. In ogni caso molto probabilmente la Res Publica non riteneva ancora che la guerra fosse inevitabile quando, nell’estate del 264 a.C., votò l’alleanza con Messina.

Prime fasi della guerra tra Roma e Cartagine. I romani conquistarono Messana, poi indussero Ierone a passare dalla loro parte e infine assediarono vittoriosamente Agrigento.

A rompere gli indugi fu l’azione del console Appio Claudio Caudex, il quale traghettò oltre lo Stretto una parte delle proprie forze (circa 9 mila uomini) riuscendo a conquistare Messina con l’aiuto degli stessi Mamertini, i quali nel frattempo avevano fatto prigioniero il comandante della guarnigione cartaginese, Annone, costringendolo pena la morte, a evacuare Messina. Cartagine reagì dapprima giustiziando l’ufficiale reo di avere abbandonato la città senza combattere e poi allestendo un esercito che pose l’assedio a Messina con l’aiuto dei siracusani, preoccupati dalle azioni dei romani. Appio Claudio tuttavia non cedette e riuscì a mantenere le posizioni conquistate. L’anno successivo Roma si preparò al contrattacco sbarcando sul suolo siculo tutte e quattro le legioni consolari (circa 20 mila legionari e 2 mila cavalieri) al comando dei consoli Manio Valerio Massimo e Manio Otacilio Crasso, i quali procedettero all’invasione del territorio di Siracusa catturando Alesa, Adrano, Enna, Centuripe e Catania oltre a, secondo Diodoro Siculo, ben altre sessantatré centri che si arresero senza combattere. A quel punto Ierone di Siracusa si convinse a trattare coi romani e concordò con essi un’alleanza di quindici anni (poi rinnovata). In base agli accordi il Tiranno di Siracusa mantenne il controllo della Sicilia sudorientale impegnandosi però a restituire i prigionieri senza riscatto, a pagare un’indennità di guerra e ad assistere Roma nella sua lotta con Cartagine.

L’uso del corvo, uno speciale ponte mobile, permetteva ai legionari imbarcati di abbordare le navi nemiche e combattere corpo a corpo come nel corso di una battaglia terrestre

L’alleanza tra Roma e Siracusa capovolse gli equilibri di forze nel teatro siciliano e a ristabilirli non valse da parte punica nemmeno l’inviò, nel 262, di un imponente esercito allo scopo di difendere Agrigento, ormai stretta nella morsa delle legioni comandate dai nuovi consoli Lucio Postumio Megello e Quinto Mamilio Vitulo. La città cadde al termine di un epico assedio nel corso del quale gli stessi romani si trovarono a loro volta assediati dall’esercito punico giunto in soccorso di Agrigento. Ne seguì un’aspra battaglia che vide la vittoria dei romani, i quali tuttavia, stremati, rinunciarono ad inseguire il nemico, che così riuscì a ritirarsi nel corso della notte. Agrigento a quel punto, rimasta priva di difese, cadde e fu saccheggiata.

La conquista della città, che tra le poleis siceliote era seconda per importanza soltanto a Siracusa, stimolò nei romani l’ambizione di impadronirsi dell’intera Sicilia. Tuttavia per poter sperare di conservare il dominio dell’isola era necessario ottenere il controllo del mare, motivo per cui la Res Publica scelse di creare una marina da guerra partendo praticamente da zero. Fino a quel momento, infatti, la flotta romana era consistita in appena 20 triremi agli ordini di due ufficiali chiamati duoviri navales. Per poter fronteggiare la flotta cartaginese era invece necessario dotarsi di quinqueremi, più veloci e potenti delle triremi fornite a Roma dai socii navales. Per la costruzione della loro flotta i carpentieri romani pare avessero tratto spunto da una quinquereme catturata ai punici già nel 264 a.C.. Con l’arrivo dell’anno 260 a.C. dai cantieri navali di Ostia, Anzio e Napoli uscì la prima flotta da guerra romana forte di 100 quinqueremi e 20 triremi. Furono inoltre addestrati ben 30 mila rematori, detti remiges, in parte forniti dai socii navales e in parte reclutati tra i cittadini più poveri. Così Polibio descrive il loro addestramento:

“Fatti sedere sui banchi dei rematori disposti in terra gli uomini secondo l’ordine dei sedili sulle navi stesse, e posto in mezzo a loro il capo-voga, lì abituavano a inclinarsi all’indietro tutti insieme portando le mani verso di sé e poi a spingersi in avanti allontanando le mani, e ad iniziare e a cessare i movimenti secondo gli ordini del capo-voga”

Riproduzione della colonna rostrata dedicata la console Caio Duilio al Museo della civiltà romana

Infine occorre fare accenno all’altra “arma segreta” della flotta romana vale a dire il corvo, peraltro già ben noto nel mondo ellenistico e il cui impiego fu verosimilmente illustrato ai romani dai siracusani. Si trattava di un ponte mobile lungo 11 metri e terminante con un uncino: al momento opportuno esso era calato sulle tolde delle navi avversarie, bloccandole e consentendo ai legionari imbarcati di abbordarle e combattere corpo a corpo come nel corso di una battaglia terrestre. Dopo una prima scaramuccia non proprio fortunata all’imbocco del porto di Lipari, nel corso della quale cadde prigioniero il console Gneo Cornelio Scipione Asina, la flotta romana, guidata dall’altro console Caio Duilio si prese la rivincita battendo quella cartaginese nelle acque di Mylae (Milazzo). La vittoria romana venne favorita senza dubbio dalla presunzione con cui i punici affrontarono lo scontro, convinti di avere gioco facile con dei contadini improvvisatisi dal nulla marinai.

Il trionfo di Milazzo infuse nei romani grande fiducia nei propri mezzi e li convinse della possibilità di poter competere ad armi pari con gli avversari cartaginesi persino in campo navale. Nel 258 a.C. la flotta al comando del console Caio Sulpicio Patercolo inflisse a Cartagine una nuova sconfitta lungo le coste della Sardegna, nei pressi di Sulci. Questa batosta fu seguita, due anni dopo, da un altro colpo terribile vibrato alle forze navali puniche dai consoli Lucio Manlio Vulsone e Marco Attilio Regolo. All’altezza di Capo Ecnomo, di fronte a Licata, la flotta della Res Publica, forte di 230 vascelli, affrontò quella punica composta da 250 navi in quella che fu una delle maggiori battaglie dell’antichità e che coinvolse, narra Polibio, circa 300 mila uomini.

La vittoria nello scontro navale di Capo Ecnomo diede alle legioni del console Attilio Regolo la possibilità di portare la guerra direttamente sul suolo africano.

Il successo aprì alle armate romane la possibilità di sbarcare per la prima volta sul suolo africano, nel 256 a.C.. La situazione per i punici iniziò a farsi critica, con i loro sudditi libici ormai sul punto di ribellarsi e le legioni guidate da Attilio Regolo accampate a poche miglia dalla loro capitale. La campagna africana di Regolo tuttavia era destinata a concludersi nel peggiore dei modi. Intenzionato a chiudere rapidamente la guerra per evitare che il merito della vittoria andasse al suo successore in virtù dell’avvicendamento annuo dei consoli, Regolo forzò i punici alla pace probabilmente imponendo condizioni tali da indurre Cartagine a proseguire la guerra. I cartaginesi pertanto ingaggiarono un consigliere militare ellenico, lo spartano Santippo, e reclutarono un nuovo esercito forte di 12 mila fanti, 4 mila cavalieri e un centinaio di elefanti.

Reso incauto dai facili successi dell’anno precedente, Attilio Regolo finì con l’accettare battaglia nella valle del fiume Bagradas, in aperta pianura, su un terreno favorevole al nemico che lo soverchiava nelle componenti montate. Avviluppato dalla manovra avvolgente messa in atto dal comandante lacedemone, l’esercito romano (15 mila fanti e 500 cavalieri) fu praticamente annientato. Soltanto 2 mila legionari riuscirono a mettersi in salvo mentre 500, tra cui lo stesso console, furono catturati. Tutti gli altri rimasero sul campo. I cartaginesi ebbero invece soltanto 800 caduti. La storia riguardante il ritorno a Roma di Attilio Regolo e la sua successiva esecuzione da parte dei punici per mezzo di una botte irta di chiodi è da considerarsi soltanto una leggenda. Con ogni probabilità il console morì in prigionia e comunque il giudizio che gli storici antichi e moderni hanno emesso nei suoi confronti è da considerarsi tutto sommato negativo.

Il comandante spartano Santippo guida le truppe cartaginesi alla battaglia del Bagradas, che segnò la fine della campagna africana di Attilio Regolo.

I superstiti del disastro del Bagradas vennero recuperati dalla flotta inviata in Africa probabilmente allo scopo di investire Cartagine dalla parte del mare. Attaccati dai cartaginesi presso Capo Ermeo, i romani si presero una parziale rivincita sul mare. Poi, una volta imbarcati i legionari, la flotta fece nuovamente rotta verso la Sicilia ma non lontano da Canarina venne sorpresa da un violento fortunale che la distrusse quasi completamente: delle forse 364 navi che la componevano se ne salvarono appena 80. Ai romani nocque probabilmente la presenza a prua dei corvi, la cui ingombrante struttura finiva per sbilanciare il baricentro delle navi. Ancora nel 253 e nel 249 a.C. altre due flotte romane andarono in gran parte distrutte a causa delle burrasche al punto che, seppur vittoriosa, alla fine del conflitto la Res Publica sarebbe stata la potenza belligerante che soffrì le maggiori perdite, sia in vascelli che in equipaggi.

A seguito del disastro, che di fatto annullava la supremazia marittima conquistata negli scontri precedenti, i romani furono costretti ad abbandonare il progetto di uno sbarco in Africa. La Sicilia divenne dunque nuovamente il principale teatro della guerra che conobbe negli anni successivi alterne fortune: Agrigento venne temporaneamente riconquistata dai cartaginesi mentre i romani, guidati da Aulo Atilio Calatino e Gneo Cornelio Scipione Asina, consoli dell’anno 254 a.C., si impadronirono di Cefaledion (Cefalù), Panormos (Palermo), Solunto e Tyndaris (Tindari). Nel 252 a.C. i romani occuparono Terme (l’attuale Termini Imerese) e le Isole Lipari mentre nel 250 a.C. il console Lucio Cecilio Metello difese energicamente Palermo contro il tentativo di riconquista della città operato dalle truppe puniche del generale Amilcare Barca (dal fenicio “barak” che significa “la folgore”). Quando l’esercito nemico giunse davanti alla città, Metello dispose le sue truppe leggere davanti al fossato difensivo. Queste, assieme agli arcieri schierati sulle mura, scagliarono una devastante pioggia di dardi addosso agli elefanti dei cartaginesi. I pachidermi come previsto si imbizzarrirono finendo per travolgere le truppe che li seguivano. A quel punto, approfittando della confusione che regnava nelle file nemiche, il console condusse una sortita sul fianco dei cartaginesi, che si ritirarono lasciando sul terreno 22 mila uomini e tutti gli elefanti.

Nel 249 a.C. nelle acque di Drepano i romani subirono l’unica vera sconfitta navale di tutta la guerra contro Cartagine.

Il successo conseguito sotto le mura di Palermo diede ai romani la spinta per dare l’assalto alle ultime posizioni cartaginesi nella Sicilia occidentale: Drepano (Trapani) e Lilybaeum (Marsala). Quest’ultima piazzaforte tuttavia resistette inaspettatamente grazie alle azioni dell’ammiraglio punico Annibale Rodio, dando modo a Cartagine di rimettere in mare una flotta che l’anno successivo, 249 a.C., al comando di Aderbale, sconfisse quella romana del console Publio Claudio Pulcro nell’unica grande disfatta navale subita dalla Res Publica in tutta la guerra. A partire dal 247 a.C. a tenere in scacco i romani in Sicilia fu Amilcare Barca, il quale, con le poche forze rimastegli a disposizione, occupò il pianoro dell’Eircte (Monte Pellegrino) presso Palermo e la città di Erice senza tuttavia riuscire a scacciare il nemico dal sovrastante tempio di Afrodite. Per sei anni Amilcare contese ai romani il dominio della Sicilia operando ripetute incursioni contro le coste italiche.

Roma a quel punto si convinse che per chiudere la guerra occorresse recidere il cordone ombelicale che legala Amilcare alla sua patria. Con la Res Publica finanziariamente assai provata da una guerra che si protraeva da oltre vent’anni, per finanziare la costruzione di una nuova flotta si ricorse ad una sorta di prestito forzoso a carico dei cittadini più facoltosi, ai quali lo stato promise il rimborso del debito contratto in caso di vittoria. Con questi fondi furono varate 200 navi, che vennero inviate in Sicilia al comando del console Gaio Lutazio Catulo e del pretore Quinto Valerio Faltone. L’armata navale romana si apprestò a porre il blocco a Drepano e Lilybaeum, il che costrinse Cartagine ad armare a sua volta una flotta per soccorrere i suoi ultimi capisaldi. Appesantiti dalle navi da carico che trasportavano viveri, denaro e armi da destinare agli assediati, i cartaginesi dell’ammiraglio Annone vennero sorpresi da Lutazio Catulo nelle acque di fronte alle Isole Egadi, venendo sconfitti in maniera completa: 50 navi puniche vennero affondate e altre 70 catturate assieme a 10 mila uomini degli equipaggi. Minime furono invece le perdite romane, pari a circa 30 navi.

Con il successo nella battaglia navale delle Egadi i romani costrinsero Cartagine alla resa assumendo il controllo della Sicilia.

A seguito della sconfitta delle Egadi, Cartagine, ormai allo stremo, si risolse a trattare la pace. Amilcare Barca, ottenuto il potere di negoziare coi romani ottenne da loro (caso unico) la rinuncia alla restituzione dei disertori e la possibilità per le proprie truppe di lasciare con le loro armi le piazzeforti che ancora occupavano al momento della resa. In ogni caso Cartagine dovette rinunciare alla Sicilia e alle isole limitrofe, ed astenersi da qualunque atto di ostilità nei confronti di Siracusa. Altre clausole sancivano il divieto per i cartaginesi a reclutare mercenari in Sicilia come in Italia, e a navigarvi lungo le coste con vascelli da guerra. Infine Cartagine era tenuta a restituire i prigionieri senza riscatto e a corrispondere a Roma l’astronomica cifra di 3.200 talenti nell’arco di dieci anni.

Una volta conquistata, la Sicilia divenne la prima delle provinciae della Res Publica. Il governo dell’isola fu affidato inizialmente a uno dei quaestores classici, ossia i magistrati istituiti nel 267 a.C. per sovrintendere alle difese costiere, e poi, a partire dal 227, ad un pretore appositamente nominato. Roma stabilì trattati di alleanza con varie realtà cittadine dell’isola, tra cui, oltre a Siracusa, Messana e Tauromenion (Taormina). Ai centri elimi di Alicie, Segesta, Panormos, Alesa e Centuripe venne invece riconosciuto lo status si civitates liberae et immunes (“città libere ed esenti da imposta”). Con la sola eccezione dei Mamertini, a cui in caso di guerra fu richiesto il contributo di una bireme, sicelioti e indigeni furono dispensati dal fornire contingenti di truppe. Per quanto riguarda il sistema tributario, venne mantenuto in vigore quello precedente che prevedeva il pagamento della decima, un’imposta sulla produzione agricola. Altre fonti d’entrata erano poi costituite dai canoni di affitto sui terreni demaniali (ager publicus) e dai diritti come quello di pascolo e infine dalla riscossione di dazi (portoria) a cui erano assoggettati anche gli abitanti delle città immunes.

La situazione del Mediterraneo occidentale al termine della prima guerra punica e della rivolta dei mercenari contro Cartagine.

La sconfitta nella lunga guerra contro Roma gettò Cartagine in uno stato di profonda crisi sociale ed economica. La perdita della Sicilia e la fine della talassocrazia punica avevano infatti incrinato quel regime di monopolio commerciale alla base della prosperità di Cartagine. A peggiorare ulteriormente la situazione contribuì poi la rivolta scoppiata nel 240 a C. tra i mercenari reduci dalla guerra in Sicilia. Traghettate in Africa e poi acquartierate non lontano da Cartagine in attesa della smobilitazione, le truppe mercenarie iniziarono dapprima ad agitarsi in seguito alla mancata corresponsione della paga, per poi sollevarsi apertamente guidati da due leader eletti fra le proprie fila, ossia il campano Spendios e il libico Matho. La ribellione, che durò due anni e finì col coinvolgere anche le popolazioni nordafricane soggette a Cartagine, scosse profondamente lo stato punico e soltanto grazie l’energica controffensiva delle truppe guidate da Amilcare Barca riuscì ad avere ragione dei ribelli, che erano giunti ad assediare la stessa Cartagine. Catturati, Spendios e Matho vennero messi a morte fra atroci supplizi assieme a migliaia di loro seguaci.

Negli stessi anni, approfittando delle difficoltà che attanagliavano la rivale, Roma ne approfittò per intervenire in Sardegna e Corsica, sottraendo le due isole all’influenza cartaginese e facendone la sua seconda provincia. Di fronte alle proteste dei punici i romani risposero dichiarando guerra a Cartagine la quale, stremata da quasi trent’anni di continui conflitti, dovette cedere immediatamente. Siglata nuovamente pace, a Roma furono finalmente chiuse le porte del tempio di Giano,  segno di pace, evento che non si verificava addirittura dagli anni del regno del secondo, semi-leggendario, Re di Roma, Numa Pompilio.

Bibliografia:

  • G. Brizzi, Storia di Roma – Dalle origini ad Azio
  • S. Mazzarino, Introduzione alle guerre puniche
  • A. Frediani, Le grandi guerre di Roma
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