Legnano, una battaglia per la libertà!

Il 29 maggio del 1176, non lontano dal borgo di Legnano, in provincia di Milano, le forze dei Comuni dell’area padano-veneta, riuniti in un’alleanza nota come “Lega Lombarda”, affrontarono e sconfissero l’esercito imperiale guidato in quell’occasione da Federico I di Hohenstaufen, detto il Barbarossa. Pur trattandosi di un episodio di scarsa importanza dal punto di vista strettamente militare, la battaglia di Legnano è certamente uno degli accadimenti più ricordati e celebrati del Medioevo italiano, capace, nel corso dei secoli, di suscitare le fantasie e le passioni più varie. Dal patrimonio di storia storico e simbolico legato allo scontro tra Comuni e Imperatore attinse a piene mani Umberto Bossi quando, all’inizio degli Anni Ottanta fondò il suo primo movimento politico che chiamò appunto “Lega Lombarda”.

La battaglia di Legnano, combattuta il 29 maggio 1176, in un dipinto del 1831 del politico, patriota, pittore e scrittore Massimo d’Azeglio.

Tuttavia oltre un secolo prima del “Senatür”, alla metà del XIX secolo, queste vicende vennero riscoperte dai patrioti italiani che ne fecero a loro volta un simbolo, in questo caso della lotta per l’indipendenza, identificando Legnano come uno dei primi episodi di lotta degli italiani per la libertà contro il dominio straniero. A rimarcare il valore attribuitole basta rileggere le parole del Canto degli Italiani di Mameli, nel quale Legnano risulta essere l’unica località menzionata nel testo assieme a Roma.

Ciò che ci proponiamo di fare oggi sarà di ricostruire le vicende del conflitto tra Impero e realtà comunali cercando di risalire alle origini del contenzioso tra il Barbarossa e i suoi sudditi italici e, in conclusione, di spiegare quali furono le conseguenze della sconfitta di Federico. Per far questo occorre innanzitutto superare la retorica e le costruzioni ideologiche. Cominciamo col porci una prima, fondamentale, domanda: quali furono le premesse che favorirono la nascita dei Liberi Comuni e perché proprio nell’Italia centro-settentrionale?

Il Sacro Romano Impero in epoca ottoniana (962-1024)

Identificare una precisa “data di nascita” dei Comuni italiani è nei fatti impossibile. Per cercare di inquadrare le premesse storiche del fenomeno comunale. Partiamo innanzitutto dall’esame della situazione politica dell’Italia alla metà del XII secolo. Allora, mentre il Mezzogiorno continentale e la Sicilia andavano organizzandosi in una solida monarchia feudale sotto la dinastia normanna degli Altavilla, sui territori settentrionali della Penisola, più o meno dalle Alpi ai confini del Lazio, si estendeva il Regno d’Italia o Regnum Italiae. Fin dall’ascesa al trono di Ottone I di Sassonia (r. 962-973) le corone d’Italia e di Germania erano appannaggio dello stesso sovrano, il quale, dopo essere stato eletto dai principi tedeschi, assumeva ufficialmente il titolo di Imperatore una volta incoronato dal Papa a Roma.

Tuttavia all’epoca in cui ha inizio questa nostra storia  il potete imperiale in Italia versava da decenni in profonda crisi. Sovente costretti a riaffermare la propria autorità sui propri riottosi vassalli, i sovrani tedeschi avevano sempre più difficoltà a scendere in Italia, col risultato che, tra il 1002 e il 1014 il Marchese Arduino d’Ivrea riuscì a farsi riconoscere come Re d’Italia da una parte della nobiltà italica in opposizione al legittimo sovrano Enrico II.

L’Imperatore Enrico IV si umilia a Canossa per ottenere il perdono di Papa Gregorio VII, uno del momenti più importanti della cosiddetta “lotta per le investiture”.

La situazione si era aggravata tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo nel corso del lungo braccio di ferro tra Impero e Papato che i manuali di storia nostrani chiamano “lotta per le investiture”. La posta in palio era il diritto di nomina dei vescovi che, è bene ricordarlo, all’epoca non si limitavano all’esercizio del potere spirituale ma detenevano anche importanti funzioni di governo nelle diocesi loro affidate. In gran parte dell’Italia centro-settentrionale accadde sovente che due presuli, l’uno di nomina pontificia e l’altro di nomina imperiale, si disputassero la stessa cattedra e che quindi, per prevalere sull’avversario, cercassero il sostegno della cittadinanza. Dal canto loro le città, intorno al fatidico anno Mille erano entrate in una fase di risveglio culturale ed economico.

Il vuoto di potere lasciato dalla crisi del Regnum Italiae e dal lungo periodo di guerre civili apertosi in seguito alla morte dell’Imperatore Enrico V († 1125) favorì ulteriormente l’ascesa delle città, le quali finirono con l’appropriarsi dei cosiddetti “iura regalia” (i “diritti del re”) vale a dire una serie di prerogative quali per esempio il diritto di amministrare la giustizia, battere moneta, imporre tasse e pedaggi, il cui esercizio spettava appunto soltanto il sovrano. L’Imperatore e Re di Germania restava formalmente anche Re d’Italia e questo i suoi sudditi non si sognavano affatto di contestarlo. Il fatto era semmai che gli italiani avevano finito con l’abituarsi al fatto che il loro sovrano fosse perennemente assente.  

Effetti del Buon Governo in città, affresco conservato nella Sala della Pace all’interno del Palazzo Pubblico a Siena. Nell’opera si può osservare il brulicare delle attività in una città comunale italiana.

Pertanto, in un quadro di generale vacanza del potere regio e di indebolimento dell’autorità vescovile le élite urbane, sempre più consapevoli della loro forza, iniziarono a dare vita a proprie strutture amministrative attraverso una serie di patti giurati (coniurationes) aventi per oggetto la cogestione del potere cittadino. Il risultato fu l’elezione di rappresentanti civici che presero il nome di “consoli” con un richiamo non casuale alla magistratura che aveva caratterizzato i tempi d’oro della Roma repubblicana. Sulla base dei documenti l’elezione dei consoli si fece sempre più frequente nelle città dell’area padana con l’inizio del XII secolo: a Milano dal 1130, a Piacenza dal 1132, a Tortona dal 1144, a Parma dal 1152.

Lontani da ogni superiore autorità che interferisse con i loro affari, i Comuni poterono crescere e prosperare, estendendo progressivamente il proprio controllo sul contado circostante, assumendo la fisionomia di piccoli stati territoriali. Tra le città dell’area padana la più forte era senza dubbio Milano, che nella prima metà del XII secolo impose la propria egemonia sia a signori feudali come i potenti Conti di Biandrate, sia alle città vicine, come Lodi, Como e Crema.

L’imperatore Federico I di Svevia, detto il “Barbarossa” (ca. 1122-1190).

Intanto, al principio di marzo del 1152, in seguito alla scomparsa di suo zio Corrado III, Federico di Hohenstaufen, Duca di Svevia, venne eletto Re dei Romani. Nato intorno all’anno 1122 – anche se la sua esatta data di nascita non ci è nota – nel castello di Waiblingen, il nuovo sovrano doveva avere circa trent’anni al momento della sua ascesa al trono. In quanto erede da parte di padre dei Duchi di Svevia – detti Weiblingen, o “ghibellini” – e dei Duchi di Baviera – detti Welfen o “guelfi” – da parte di madre, Federico rappresentava agli occhi della maggioranza dei principi elettori il candidato in grado di mettere d’accordo tutti e porre fine a quella fase di lotte per la successione apertasi in seguito alla morte senza eredi di Enrico V. Il nuovo sovrano era uomo dotato di grande intelligenza, grandi ambizioni oltre che di una barba rossiccia che portò i suoi detrattori a descriverlo come un novello Nerone, altro celebre “barba di rame”, archetipo del tiranno spietato.

A circa un anno dalla sua ascesa al trono di Germania, nel corso della Dieta tenuta a Costanza nel marzo del 1153, Federico venne per la prima volta in contatto con i problemi dell’Italia: due messi lodigiani presentarono al Re le loro rimostranze contro le prepotenze di Milano, che dopo avere distrutto la loro città nel 1111, aveva impedito agli abitanti di riorganizzarsi in comunità civica e di tenere libero mercato.

Federico riceve un ambasciatore in una miniatura del XIV secolo.

Messo ordine in Germania, Federico si apprestò a compiere il Romfahrt, il viaggio alla volta dell’Urbe per esservi incoronato Imperatore dal Papa. Nell’ottobre del 1154 Barbarossa varcò il Brennero alla testa di un esercito di 1.800 cavalieri e, a novembre, convocò una Dieta a Roncaglia, vicino a Piacenza, in cui revocò tutte le regalie usurpate dai Comuni. Alcune città come Lodi, Pavia e Cremona lo accolsero con entusiasmo altre, come Milano, con rassegnazione o addirittura con ostilità. Federico comunque non si fece scrupolo ad agire con mano pesante: i tedeschi e i loro alleati lombardi rasero al suolo alcuni castelli milanesi per poi attaccare Asti e Chieri, che furono consegnate al Marchese del Monferrato, potente alleato di Federico. A quel punto l’Hohenstaufen su pressione dei pavesi cinse d’assedio Tortona che cedette per fame dopo due mesi venendo a quel punto rasa al suolo.

L’assedio di Tortona” conosciuto anche come “La costanza dei tortonesi” realizzato nel 1867 da Andrea Gastaldi.

Regolati i conti con le città lombarde e fattosi incoronare Re d’Italia a Pavia (24 aprile 1155) Federico marciò risolutamente verso Roma. La Città Eterna era allora in preda alla ribellione contro Papa Adriano IV sobillata da un riformatore religioso, Arnaldo da Brescia. Barbarossa sottomise la città e una volta fattolo prigioniero fece impiccare Arnaldo per fare cosa gradita a Papa Adriano. A quel punto, una volta incoronato Imperatore (18 giugno 1155) Federico fece ritorno in Germania. Una volta partito l’Imperatore non passò molto tempo prima che Milano rialzasse la testa. La città ambrosiana infatti dapprima diede inizio alla ricostruzione di Tortona per poi attaccare e distruggere Lodi.

Federico fu allora costretto ad organizzare una seconda spedizione in Italia: l’esercito tedesco partì alla volta della nostra Penisola da Augusta l’8 giugno 1158, giorno di Pentecoste. Mentre Barbarossa con il grosso delle forze imperiali prendeva la via del Brennero, il resto delle truppe si incamminò verso l’Italia attraverso l’Engadina. Assediata e sottomessa Brescia, in agosto l’Imperatore ordinò la ricostruzione di Lodi e poi mosse contro Milano appoggiato dai contingenti di gran parte delle città e dei signori feudali dell’Italia settentrionale. In settembre i consoli milanesi uscirono dalla città implorando la clemenza di Federico, che, ottenuta l’umiliazione dell’arrogante Milano, si dimostrò misericordioso.

Alessandro III, al secolo Rolando Bandinelli, Papa della Chiesa Cattolica tra il 1159 e il 1181.

L’11 novembre 1158 l’Imperatore, vincitore su tutta la linea, convocò una seconda Dieta a Roncaglia a cui parteciparono i delegati delle città comunali, nonché rappresentanti del potere ecclesiastico e della nobiltà feudale. Nel corso dell’assise Federico, assistito da quattro importanti giuristi dell’Università di Bologna, emanò la Constitutio de regalibus attraverso la quale Barbarossa avocava a sé le regalie che i Comuni avevano usurpato. Tutti questi diritti rivendicati da Federico cominciarono però a scontentare anche diverse città filo-imperiali mentre Milano, lungi dal sottomettersi, si ribellò apertamente e conquistò il comune di Trezzo, seguita dalle ribellioni di Brescia e di Crema.

Vista la mala parata, Federico, che dopo Roncaglia aveva liberato parte delle sue truppe, si vide costretto a richiedere urgenti rinforzi, che arrivarono guidati dal suo potente cugino, Enrico il Leone, e dallo zio di entrambi, il Duca di Spoleto Guelfo VI. Nel luglio del 1159 Barbarossa poté così assediare Crema che venne espugnata nel gennaio del 1160. Intanto nel settembre 1159 morì Adriano IV, a cui succedette il cardinale senese Rolando Bandinelli, che divenne Papa Alessandro III. Il nuovo pontefice proseguì la politica adrianea di appoggio ai Comuni. Federico allora nel febbraio 1160 riunì a Pavia un concilio che elesse come antipapa il cardinale Ottaviano dei Crescenzi Ottaviani, che prese il nome di Vittore IV.

I consoli di Milano davanti a Federico Barbarossa chiedono clemenza dopo la caduta della loro città il 1º marzo 1162.

Deciso a piegare Milano una volta per tutte, nella primavera del 1161 Federico pose sotto assedio la città, i cui difensori resistettero eroicamente per circa un anno, fino all’inizio di marzo del 1162, quando venne costretta alla resa. Questa volta l’Imperatore non prestò ascolto alle suppliche dei consoli milanesi e ordinò la distruzione del capoluogo meneghino. Di più: Barbarossa volle che fossero gli abitanti delle città nemiche di Milano – Como, Lodi, Pavia – ad abbattere materialmente mura, torri e case in modo che, sfogando il loro odio, demolissero Milano fino alle fondamenta. Successivamente, rase al suolo le mura di Brescia e Piacenza – costrette ad accettare podestà di nomina imperiale – Federico, all’apogeo della sua potenza, fece ritorno in Germania.

Nonostante i suoi indubbi successi il dominio di Federico sui Comuni del Regnum Italiae era tutt’altro che stabile, tanto che l’Imperatore fu costretto a compiere altre due spedizioni in Italia, nel 1163-64 e nel 1166-68. A partire dalla seconda metà degli anni sessanta infatti i sudditi italiani di Barbarossa ricominciarono ad agitarsi. Le città lombarde, anche quelle che tradizionalmente si erano dimostrate fedeli all’Impero si resero infatti conto che il controllo esercitato dai funzionari e dai podestà imperiali era relativamente più gravoso di quello che avrebbe potuto esercitare un’altra realtà comunale come per esempio Milano.

Le città della Lega Lombarda e quelle alleate di Barbarossa al tempo della battaglia di Legnano.

Le prime a ribellarsi furono le città della Marca Veronese, le quali, appoggiate da Venezia, nel 1164 diedero vita ad una prima coalizione, la Lega Veronese, sfidando quindi il divieto imperiale alle alleanze cittadine. In Lombardia invece Cremona, pur essendo sempre adottato una politica tendenzialmente filo-imperiale, si ribellò ai rappresentanti del Barbarossa delusa dall’appropriazione da parte imperiale di un terzo dei pedaggi riscossi dal porto fluviale di Guastalla. A Cremona si unirono presto Crema, Bergamo, Brescia e Mantova dando vita alla cosiddetta Lega Cremonese.

Il leggendario giuramento di Pontida in un dipinto del 1836 di Giuseppe Diotti

La fusione di questa con la Lega Veronese portò alla fondazione della Societas Lombardiae, meglio conosciuta come Lega Lombarda, sancita, secondo una leggenda molto popolare, dal giuramento pronunciato il 7 aprile 1167 a Pontida, in provincia di Bergamo. Tra i primi atti della Lega vi fu l’avvio della ricostruzione di Milano e la fondazione, a partire da alcuni borghi preesistenti, di una nuova città, che sarebbe sorta in posizione strategica alla confluenza dei fiumi piemontesi Bormida e Tanaro, allo scopo di bloccare possibili iniziative ostili di Pavia e del Marchese del Monferrato, alleati di Federico. La città, inizialmente nota come “Civitas Nova”, fu offerta in feudo a Papa Alessandro III prendendo così il nome di Alessandria.

Federico, che nel 1167 aveva occupato Roma scacciandovi il Papa, venne presto costretto a ritirarsi dopo che un’epidemia aveva decimato le sue truppe. Per i successivi sette anni l’Hohenstaufen rimase in Germania, impegnato a risolvere alcune dispute con i principi tedeschi e a far sì che questi riconoscessero suo figlio ed erede Enrico quale Re dei Romani.

Dipinto del 1851 di Carlo Arienti, raffigurante un episodio del 1175, la cacciata dell’imperatore Barbarossa da Alessandria.

Nel settembre del 1174 finalmente Barbarossa, alla testa di 12 mila fanti e 8 mila cavalieri intraprese la sua quinta discesa in Italia, concentrando i propri sforzi fin dalla fine di ottobre nell’assedio di Alessandria. La città infatti rappresentava con la sua stessa esistenza una sfida alla sua autorità in quanto la fondazione di una civitas era una prerogativa spettante unicamente all’Imperatore. L’assedio di Alessandria si protrasse sino alla primavera del 1175. A quel punto Federico, non essendo riuscito a espugnare la città fu costretto a levare le tende e ritirarsi.

Lasciata Alessandria, l’esercito imperiale e quello radunato dalla Lega Lombarda continuarono a fronteggiarsi senza scontrarsi. Le due parti avviarono negoziati nel tentativo di risolvere diplomaticamente la disputa ma senza successo. I mesi passavano e con l’arrivo della cattiva stagione le operazioni militari si interruppero come consuetudine delle guerre medievali. Federico era ancora convinto di poter ribaltare la situazione a suo favore grazie ai rinforzi in arrivo dalla Germania e sfruttando le mai sopite rivalità che serpeggiavano fra le città della Lega.

Federico incontra suo cugino Enrico il Leone a Chiavenna nel gennaio del 1176

Nel gennaio 1176 Federico incontrò a Chiavenna Enrico il Leone ma in quell’occasione il Duca di Sassonia e Baviera negò al cugino i rinforzi promessi costringendo l’Imperatore a fare affidamento soltanto sulle forze raccolte da sua moglie, Beatrice di Borgogna, e su quelle fornitegli da alcuni vassalli tedeschi e italiani. Quando a maggio Federico mosse da Como in direzione di Pavia non aveva con sé che 4 mila cavalieri. L’esercito della Lega – 12 mila fanti e 3 mila cavalieri accompagnati dal celeberrimo carroccio, il grande carro con le insegne comunali – si attestò a metà strada tra Como e Milano. Qui, il 29 maggio 1176 entrò in contatto con l’armata imperiale, probabilmente in località San Martino, non lontano dal borgo di Legnano.

Soldati dell’esercito di Federico Barbarossa: cavaliere tedesco, fante pesante pavese e arciere sassone.

Una battaglia campale era un evento relativamente raro nel XII secolo: l’arte della guerra medievale rifuggiva lo scontro in campo aperto concentrandosi su azioni come la devastazione del territorio avversario e l’assedio a città e castelli. Pertanto è ancora più interessante concentrarci sull’organizzazione degli eserciti che si confrontarono quel giorno di fine maggio di quasi nove secoli fa.

Punta di diamante tanto dell’armata imperiale quanto di quella comunale era la cavalleria pesante formata dai cosiddetti milites. Tuttavia, mentre in Germania i cavalieri erano esponenti dell’aristocrazia che dominava il mondo rurale, in Italia, terra di città per eccellenza, non era raro che rappresentanti della ricca borghesia arricchitisi a sufficienza acquistassero armi e cavalli facendosi armare cavalieri. Il fatto che nelle città italiane si elevasse alla dignità cavalleresca uomini dediti alle “spregevoli arti meccaniche” faceva storcere il naso al vescovo Ottone di Frisinga, zio dello stesso Federico Barbarossa e autore della cronaca Gesta Friderici imperatoris. Nonostante queste differenze di tipo socio-economico, le cavallerie imperiali e comunali erano abbastanza simili dal punto di vista dell’armamento che prevedeva elmo, cotta di maglia (detta usbergo), grande scudo a mandorla di derivazione normanna oltre ovviamente a lancia e spada.

Ricostruzione dell’aspetto di due fanti e di un cavaliere dell’esercito della Lega Lombarda. Sullo sfondo si nota il Carroccio.

Negli eserciti italiani accanto ai cavalieri erano schierati i fanti, detti pedites. La fanteria era composta da quegli strati di popolazione urbana – artigiani, commercianti, operai o garzoni – sprovvisti dei mezzi per procurarsi armi e soprattutto cavalli. Le milizie comunali erano invece il prodotto della vita comunitaria e solidale che si svolgeva entro le mura cittadine. Il reclutamento avveniva di solito in base al quartiere di residenza o alla corporazione professionale di appartenenza e coinvolgeva tutti i maschi liberi di età compresa tra i 18 e i 60 anni. Per quanto riguarda l’addestramento esso si svolgeva solitamente la domenica dopo la messa e prevedeva vere e proprie simulazioni di scontro, dette battagliole.

L’equipaggiamento standard dei fanti comunali prevedeva innanzitutto uno scudo di legno e una picca. Ad, essi potevano aggiungersi, in base alle disponibilità economiche del combattente, anche un elmetto a protezione del capo e una tunica imbottita detta “gambeson”, che avrebbe dovuto fornire un minimo di protezione al torso e alle braccia del soldato.  Accanto ai picchieri non mancavano poi unità di tiratori armate di archi, fionde o delle micidiali balestre.

La Battaglia di Legnano di Amos Cassioli (1860), dipinto conservato presso la Galleria di Arte Moderna di Palazzo Pitti a Firenze.

La battaglia ebbe inizio con uno scontro tra avanguardie: quella comunale (700 uomini), ebbe inizialmente la meglio su quella imperiale (300 uomini). Subito dopo i primi scontri, il Barbarossa sopraggiunse con il grosso dell’esercito e caricò le truppe comunali. Costretti a indietreggiare, i cavalieri della Lega si ritirarono verso Milano lasciando soli i soldati che erano a Legnano a difesa del Carroccio. Considerando i fanti lombardi troppo inferiori rispetto a loro e imbaldanziti dall’iniziale successo, i tedeschi proseguirono nell’attacco investendo l’esercito comunale con reiterati attacchi frontali, non avendo altre truppe a loro supporto.

Dopo che la fanteria della Lega ebbe respinto ogni carica, gli imperiali decisero di attaccare ancora, questa volta appiedati per fornire un bersaglio meno facile ai tiratori comunali. dopo che l’ennesimo assalto fu respinto sopraggiunse sul campo la riorganizzata cavalleria lombarda: circondati, i tedeschi, tra i quali si diffuse la voce della morte dell’Imperatore, iniziarono a sbandarsi. Federico dal canto suo venne disarcionato, il suo cavallo ucciso e il suo alfiere trapassato da una lancia. L’imperatore riuscì con molte difficoltà a fuggire, sottraendosi alla cattura, trovando rifugio nella città di Pavia che gli era rimasta fedele.

Sconfitto sul piano militare, Federico si adoperò a questo punto per giungere ad una soluzione negoziata del conflitto: nel luglio del 1177 si incontrò a Venezia con Alessandro III. Federico si impegnò a porre fine allo scisma obbligando l’antipapa Callisto III a riconoscere il Bandinelli quale legittimo pontefice ottenendo in cambio da Alessandro III la sua rinuncia al sostegno della causa comunale. Per quanto riguarda i Comuni, Federico intavolò una serie di trattative con le singole città della Lega Lombarda che di concretizzarono nella pace firmata a Costanza nel giugno 1183. I Comuni poterono affermare di avere vinto in quanto ottennero il diritto di continuare a esercitare gli iura regalia che formalmente erano stati concessi loro “graziosamente” dall’Imperatore. Questo in cambio, beninteso, del giuramento di fedeltà e dell’impegno ad accettare l’investitura del sovrano per i loro governanti. 

L’imperatore Federico Barbarossa si sottomette all’autorità del papa Alessandro III, affresco di Spinello Aretino nel Palazzo Pubblico di Siena.

Va osservato che, ironia della sorte, dopo essere stata il fulcro della resistenza anti-imperiale, in seguito alla pace Milano sarebbe divenuta la città capofila del ghibellinismo italiano. Proprio nel capoluogo lombardo nel gennaio 1186 furono celebrate le nozze tra il futuro Imperatore Enrico VI e la principessa Costanza d’Altavilla, erede al trono normanno di Sicilia. Barbarossa intanto si preparava alla sua ultima impresa. Nel maggio del 1189 partì da Ratisbona alla testa dei suoi tedeschi alla volta di Gerusalemme, conquistata due anni prima dal Saladino. Era ormai vicino ai settant’anni, un’età decisamente avanzata per la sua epoca. Probabilmente ormai faticava a stare in sella e la sua barba rossiccia doveva essersi incanutita ma come capo laico della cristianità aveva sentito suo dovere farsi crociato. Federico tuttavia non vide mai la Città Santa: morì il 10 giugno 1190 annegato nel Salef, un fiumiciattolo nella Turchia sudorientale. Tuttavia narra la leggenda che, similmente a quanto raccontato a proposito del mitico Re Artù, anche Federico non sarebbe morto ma si trovi immerso in un sonno profondo in una caverna nelle montagne di Kyffhäuser in Turingia e che quando i corvi avrebbero cessato di volare intorno alla cima, si sarebbe destato e portato la Germania alla sua antica grandezza.

Il Monumento al Guerriero di Legnano, statua bronzea dello scultore Enrico Butti, spesso impropriamente associato ad Alberto da Giussano.

Per concludere, sempre parlando di leggende non possiamo non menzionare un personaggio che la tradizione popolare associa da sempre alla battaglia di Legnano, vale a dire il mitico capitano Alberto da Giussano, il quale durante lo scontro con l’esercito imperiale avrebbe guidato un manipolo di cavalieri milanesi, la “Compagnia della Morte”. Nonostante il fascino tuttora esercitato da questa figura, oggi gli storici sono pressochè concordi nel ribadirne la non storicità. Tale giudizio trova fondamento nel fatto che la prima menzione di Alberto da Giussano risale a ben un secolo e mezzo dopo i fatti di cui sarebbe stato protagonista, all’interno della cronaca redatta dal frate domenicano Galvano Fiamma, i cui racconti sono peraltro infarciti di inesattezze, imprecisioni e di episodi decisamente leggendari. Anche la mancanza di riscontri documentari a proposito del personaggio contribuisce ad avvalorarne il carattere leggendario.

Probabilmente Galvano Fiamma si inventò la figura di Alberto da Giussano nel tentativo di fornire alla Lega Lombarda una figura eroica e di spicco che facesse da contraltare a quella del Barbarossa. L’operazione del cronista ha avuto talmente successo da offuscare il ricordo di quello che secondo gli storici fu l’effettivo comandante delle truppe comunali a legnano, il console milanese Guido da Landriano. Nonostante tutto però la figura eroica di Alberto da Giussano era e rimane ben presente nella tradizione popolare, tanto da essere celebrata persino dal Carducci nell’opera, rimasta incompiuta, “la Canzone di Legnano”.

Bibliografia:

  • F. Cardini, La vera storia della Lega Lombarda
  • G. Esposito, Le guerre dei Comuni contro l’Impero 1176-1266. Organizzazione, equipaggiamento e tattiche
  • P. Grillo, Legnano 1176. Una battaglia per la libertà
  • E. W. Wies, Federico Barbarossa. Ritratto di un imperatore e di un’epoca
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