Un mercante del Trecento

«Nel nome d’Iddio e del guadagno» motto attribuito a Francesco Datini

Nel centro di Prato, in Piazza del Comune, di fronte all’austera facciata del Palazzo Pretorio, si eleva sul suo piedistallo una statua. Scolpita nel 1896 nel marmo bianco di Carrara dall’artista ferrarese Antonio Garella, essa raffigura un uomo avvolto da una lunga tunica e con un berretto tondo in testa che tiene nella mano sinistra alcune carte. Il personaggio che la città di Prato ha voluto così omaggiare è un illustre concittadino vissuto tra il XIV e il XV secolo, Francesco di Marco Datini, un mercante che nel corso della sua carriera non ebbe solo il merito di accumulare un patrimonio immenso ma anche quello di lasciarlo in eredità alla sua città, assieme ad uno sterminato archivio composto da centocinquantamila lettere, cinquecento registri e svariati altri documenti.

Il Monumento a Francesco Datini realizzato nel 1896 dal ferrarese Antonio Garella e ancora oggi collocato in Piazza del Comune a Prato

Il nostro uomo venne al mondo come si è detto in quel di Prato, con ogni probabilità nel 1335 in una data che rimane tuttora ignota. Il padre di Francesco, Marco di Datino, era un modesto taverniere che nel 1348 la peste si portò via assieme alla moglie Vermiglia e a due dei loro quattro figli. Così, all’età di tredici anni, Francesco rimase orfano con il fratello minore Stefano. Morendo i genitori avevano lasciato loro in eredità una casa, un po’ di terra e un tesoretto di quarantasette fiorini. In quel periodo così travagliato della loro esistenza i due ragazzi vennero assistiti da una brava donna, Piera Boschetti, verso la quale Francesco nutrirà sempre un grandissimo affetto considerandola come la sua vera madre.

Successivamente, un anno dopo la morte del padre, il giovane Datini partì per Firenze dove si impiegò come garzone presso due diverse compagnie commerciali. Fu probabilmente nel capoluogo toscano che il ragazzo sentì parlare per la prima volta di Avignone. Il piccolo borgo della provincia francese era divenuto il centro della Cristianità, da quando, alcuni decenni prima, Papa Clemente V vi aveva trasferito la sede apostolica. Così, nel 1350, compiuti quindici anni, l’adolescente Datini partì alla volta della città provenzale con i tasca i 150 fiorini – pari a circa 22.500 euro attuali – ricavati dalla vendita di un podere ereditato dal padre.

Ad ogni modo il giovane Francesco non dovette trovarsi spaesato: Avignone era allora popolata da decine di artigiani e mercanti toscani che nella corte pontificia avevano trovato un’ottima cliente. In particolare da quando, nel 1342, era stato eletto Papa Clemente VI il fasto e il lusso non sembravano conoscere più alcun limite.

Il palazzo dei Papi ad Avignone, sede dei Pontefici durante la cosiddetta “cattività avignonese”.

Tutto il vasellame era d’oro o d’argento, lavorato dagli orafi fiorentini. I cardinali si servivano esclusivamente di coppe realizzate in metalli preziosi, intarsiate con figure di serpenti che, secondo loro, possedevano il potere magico di tenerli al riparo dai veleni. Le mule e i cavalli dei prelati avevano finimenti d’oro e dello stesso metallo erano intessute le loro gualdrappe. «E d’oro» scrisse il Petrarca «fra poco saranno anche i ferri dei loro zoccoli». Cifre favolose era inoltre spese per gli abiti. Per le livree dei suoi servi Papa Giovanni XXII (r. 1316-1334) giunse a sborsare tra i 7 e gli 8 mila fiorini all’anno mentre per sè il Pontefice arrivò a ordinare quaranta pezze di tessuto prezioso proveniente da Damasco per la ragguardevole somma di 1276 fiorini. Altre cifre pazzesche vennero spese per le pellicce: Papa Giovanni giunse persino a far orlare di ermellino i propri guanciali!

Miniatura che raffigura l’interno della bottega di un mercante medievale.

Scaltro e intraprendente, Francesco si rese subito conto delle vaste possibilità di guadagno presenti sulle rive del Rodano. Anche se abbiamo pochi dati su come riuscì ad avviare la sua impresa, sappiamo per certo che i suoi affari furono da subito prosperi: alla prima bottega aperta in Piazza dei Cavalieri se ne aggiunsero altre tre con una filiale a Barcellona. Inoltre nel 1358 gli affari di Francesco dovevano andare talmente bene che egli chiamò presso di sè suo fratello minore Stefano. I primi traffici di Datini furono in armi, che importava da Milano e Lione. Gli acquirenti del resto non mancavano, in una Francia devastata dalla Guerra dei Cent’anni e attraversata di continuo da masnade mercenarie da cui era necessario difendersi. Francesco, da astuto mercante qual era, rifornì sapientemente gli agenti dell’ordine e quelli del disordine tanto che dai suoi libri emerge una vendita di cinquanta “corazze per briganti”.

Nonostante il successo negli affari nessuna delle compagnie fondate da Datini raggiunse mai il livello dei grandi gruppi mercantili e finanziari del tempo – i Malabaila di Asti, i Soderini di Firenze, i Guinigi di Lucca – che prestavano soldi al Papa svolgendo nel contempo la funzione di esattori delle tasse in nome del Pontefice. Privo della visione internazionale dei grandi finanzieri come i Bardi e i Peruzzi, Datini preferì impegnarsi in operazioni di piccolo cabotaggio, diversificando gli affari in modo da ripartire i rischi e limitare le perdite. Sappiamo ad esempio che il commercio del sale non gli diede i profitti sperati ma che comunque riuscì a rifarsi con l’esportazione a Firenze degli smalti francesi a fondo d’oro e con l’importazione di zafferano e vino, che invece gli andarono benissimo.

Una mappa che mostra le principali rotte commerciali nell’Europa del tardo medioevo.

Le iniziative commerciali di Francesco Datini erano del resto molteplici e ciò si poteva evincere dal contenuto dei suoi magazzini. Vi si poteva trovare ogni sorta di merce: oltre alle armi e alle armature, pelletterie, gioielli, lino da Genova, fustagno da Cremona, scialli di Lucca, biancheria da sposa, cofanetti da viaggio e persino paramenti ecclesiastici. Datini non badava né alla qualità nè alla provenienza della merce se l’affare sembrava promettere bene. L’oscura storia che lo vide coinvolto nella vendita di una tovaglia d’altare del valore di tremilacinquecento fiorini lascia pensare che ricettasse anche merce rubata.

Dalla centrale di Avignone dirigeva per lettera le operazioni più varie sui mercati di tutta Europa. Grafomane, oltre alla corrispondenza d’ufficio scriveva regolarmente agli amici di Prato e a monna Piera Boschetti, a cui comunicava la sua volontà di fare ritorno nella sua città natale, sposare una compaesana e ritirarsi dagli affari. Francesco si sposò infine nel 1376, all’età di quarantuno anni. La sposa prescelta fu la sedicenne Margherita di Domenico di Donato Bandini, figlia di un esiliato fiorentino residente ad Avignone.

Margherita di Domenico Bandini, moglie di Francesco Datini, ritratta nella Trinità di Niccolò Gerini oggi conservata ai Musei Capitolini.

La cerimonia fu fastosa e il menù del banchetto nuziale degno della ricchezza dello sposo: nella lista delle vivande a noi pervenuta furono comprese 406 pagnotte, 250 uova, 50 chili di formaggio, mezzo bue, due montoni, 37 capponi, 11 galline oltre ad altre leccornie di contorno. L’unione di Francesco e Margherita fu felice anche se non fu allietata dalla nascita di figli. Non essendo riuscita a dargliene, Margherita si risolse ad accogliere in casa Ginevra, che il marito aveva concepito con una delle sue concubine, amandola come una figlia legittima.

Intanto, a circa un anno dalle nozze sopraggiunse un cambiamento destinato a cambiare le vite di Francesco, Margherita e dei loro contemporanei: cedendo alle pressioni della mistica e futura santa Caterina da Siena, nel gennaio 1377 Papa Gregorio XI si risolse infine a riportare la Santa Sede a Roma, ponendo così fine, dopo oltre settant’anni alla cosiddetta “cattività avignonese”.

Il ritorno del Papa a Roma significava però anche l’inizio dell’inesorabile declino di Avignone come centro commerciale e finanziario. Pertanto nel 1382 Datini decise di fare ritorno in Toscana dopo trentatré anni di lontananza. Dopo avere affidato la gestione degli affari avignonesi al socio Boninsegna di Matteo e avere spedito il grosso della sua mercanzia via mare, l’8 dicembre Francesco con la moglie e i servi partì alla volta di Prato dove giunse il 10 gennaio 1383, al termine di un viaggio di un mese appena in tempo per riabbracciare la madre adottiva Piera, che morì poco dopo, senza dubbio felice per aver potuto rivedere il suo Francesco ancora una volta.

Caterina da Siena viene ricevuta da Papa Gregorio XI.

Alla fine del XIV secolo Prato era una cittadina che contava all’interno delle sue mura circa 12 mila abitanti a cui si aggiungevano i circa 10 mila residenti nei quarantotto villaggi del contado. Politicamente Prato si trovava sottoposta dal 1351 al dominio della sua potente vicina, Firenze. A farla da padrona all’interno della città era invece la potente Arte della Lana, che attraverso i suoi statuti, modellati su quelli dell’Arte della Lana fiorentina, aveva il totale controllo dei processi produttivi regolando minuziosamente orari di lavoro, prezzi dei prodotti e salari dei lavoratori.

Anche se per gli standard dell’epoca si trattava di un centro abbastanza grande, Prato, con le sue casupole di legno e mattoni inframezzate dalle botteghe doveva apparire più simile ad un villaggio fortificato o ad un castello troppo cresciuto piuttosto che a una grande città. Per Datini, proveniente dalla vivace e prospera Avignone, l’impressione dovette essere molto forte.

Poco sappiamo del primo periodo che seguì il ritorno di Francesco nella città natale anche se certamente trovò ad accoglierlo l’affetto di Monna Piera e del suo vecchio tutore Piero di Giunta. In ogni caso il nostro uomo non se ne stette con le mani in mano per molto tempo.

Ricostruzione degli affreschi che in origine decoravano la facciata di Palazzo Datini a Prato.

Già l’anno successivo Francesco diede inizio alla costruzione della sua nuova dimora pratese, ancora oggi esistente e conosciuta col nome di Palazzo Datini. In questa stupenda residenza, completamente affrescata e circondata da un grande giardino, il mercante vi installò il suo fondaco, il suo scrittoio e i suoi archivi e da qui riannodò le fila con le sue succursali sparse tra l’Europa e il Medio Oriente. E sempre qui, nel corso degli anni, Francesco Datini avrebbe ospitato visitatori illustri quali per esempio l’ambasciatore veneziano Leonardo Dandolo, il Signore di Mantova Francesco I Gonzaga e persino il Re di Napoli Luigi II d’Angiò.

Poi s’iscrisse all’Arte della Lana mettendosi in società con Piero di Giunta e con un lontano parente, Francesco di Matteo Bellandi. Successivamente si associò con Niccolò, figlio di Piero e maestro tintore. L’accordo tra Datini e i suoi soci prevedeva che questi si sarebbero occupati della lavorazione della materia prima che egli si impegnava a fornire. Grazie alla sua organizzazione e alle sue conoscenze di respiro europeo Francesco riuscì ad assicurarsi costanti rifornimenti di lana inglese, che era allora la migliore – e la più cara – del mondo con la quale riuscì a rendere imbattile il suo prodotto. Negli stessi anni venne eletto alla carica di Consigliere comunale e poi di Gonfaloniere di Giustizia ma ricoprì le cariche per poco tempo e di mala voglia restando sostanzialmente indifferenze ai maneggi della politica, cui preferì sempre la conduzione dei propri affari privati.

Donne intente nella lavorazione della lana in una miniatura medievale. La manifattura tessile era alla base della prosperità di Prato come di molte altre città d’Italia e d’Europa.

Presto però Prato dovette apparire un centro troppo piccolo e retrivo per l’ambizioso Datini, che nella primavera del 1386 trasferì i propri uffici a Firenze. A Prato lasciò la propria casa affidata alle cure della moglie Margherita, con la quale continuò a restare in contatto scrivendole una lettera al giorno. La Firenze che accolse Datini era una città ancora segnata dai profondi sconvolgimenti che l’avevano colpita nel corso del XIV secolo – il fallimento delle compagnie dei Bardi e dei Peruzzi, l’epidemia di peste del 1348 e infine il tumulto dei ciompi, ovvero gli operai dell’industria laniera, scoppiato nel 1378 – e governata da una ristretta oligarchia mercantile che avrebbe conservato gelosamente il proprio potere sino all’ascesa dei Medici nella prima metà del XV secolo.

Una volta stabilitosi nel capoluogo toscano, Datini si iscrisse all’Arte della Seta e aprì un fondaco in Por Santa Maria, entrando in società con Stoldo di Lorenzo e un altro socio, nel 1388 un’altra con Domenico di Cambio. Intorno al 1398, forse per facilitare il proprio finanziamento, si iscrisse all’Arte dei Cambiatori e mise su una banca. Questa iniziativa gli attirò le critiche degli amici più timorati, come il notaio pratese Lapo Mazzei o il predicatore domenicano fra Giovanni Dominici, che lo rimproverarono di esercitare l’usura.

Affresco che raffigura due cambiavalute seduti al proprio banco. Molti mercanti erano anche impegnati in operazioni di carattere finanziario.

Poi nel 1399 scoppiò una nuova epidemia di peste. Datini, che aveva allora sessantaquattro anni, ne aveva già viste andare e venire sei, a cominciare da quella del 1348, che gli aveva portato via i genitori e due fratelli, lasciandolo traumatizzato. Per mettersi in salvo dal contagio il 27 giugno 1400 Francesco fuggì verso Bologna attraversando gli Appennini a dorso di mulo assieme a Margherita, Ginevra, due impiegati e alcuni servitori. Da Prato ricevette dal fidato Mazzei i funerei resoconti riguardanti l’epidemia: ovunque scene di desolazione, con botteghe chiuse, strade deserte, morti insepolti e campane a morte. Datini rientrò a Prato a flagello finito nel settembre del 1401 e non se ne allontano più per i successivi nove anni che gli restarono da vivere.

Sentendo avvicinarsi la fine, il 27 giugno 1410 Datini redasse un primo testamento nel quale nominò come eredi l’Opera del Ceppo di Prato e l’Ospedale di Santa Maria Nuova di Firenze assegnando a ciascuna delle due istituzioni metà del proprio patrimonio, che ammontava all’astronomica cifra di centomila fiorini d’oro.

La Madonna del Ceppo di Filippo Lippi. Francesco Datini, raffigurato con il mantello rosso presenta alla Vergine i quattro committenti dell’opera: Andrea di Giovanni Bertelli, Filippo Manassei, Pietro Pugliesi e Jacopo degli Obizzi.

Tuttavia il 31 luglio successivo Datini cambiò idea, scegliendo di destinare la totalità dei suoi beni – fatti salvi alcuni legati per la moglie Margherita, la figlia Ginevra e alcuni uomini di fiducia – alla costituenda fondazione denominata Ceppo dei poveri di Francesco di Marco, la cui gestione, secondo la volontà dello stesso Datini, avrebbe dovuto essere affidata non alla Chiesa ma al Comune di Prato.

Poco più di due settimane dopo, il 16 agosto 1410, Francesco Datini morì. Aveva settantacinque anni. Anche se aveva chiesto un funerale semplice, chiedendo ai suoi esecutori testamentari di attendere “più tosto al bene dell’anima sua che a quelle cose che in tutto appartenessero a vanità” il consiglio comunale di Prato votò a larghissima maggioranza perché gli fossero tributate solenni esequie a spese della cittadinanza in ragione dei servigi resi dal defunto alla comunità cittadina. Le sue spoglie vennero sepolte nella chiesa di San Francesco a Prato, dove riposano tuttora, sotto una lastra tombale ancora esistente, opera dello scultore fiorentino Niccolò di Pietro Lamberti.

Francesco Datini fu un miscuglio di vizi e di virtù, avido e prepotente ma al contempo capace di grandi gesti di generosità. Ma soprattutto fu un autentico precursore del capitalismo moderno. Vero e proprio self-made-man, a Francesco si attribuisce oggi l’invenzione di due strumenti fondamentali per lo sviluppo del commercio e della finanza internazionale: il sistema delle società controllate – quelle che noi oggi chiameremmo holding – e la la lettera di cambio, titolo di credito antesignano della cambiale e dell’assegno.

La tomba di Datini nella chiesa di San Francesco a Prato

I mercanti e i banchieri del Duecento avevano agito come autentici pionieri, aprendo e tracciando le vie di traffico per terra e per mare. La loro era stata, per usare le parole dello stesso Datini “una vita da chani”. Francesco invece poté gestire i suoi affari senza praticamente spostarsi da Avignone, Prato o Firenze. Dal suo scrittoio controllava i suoi direttori generali e le sue filiali mentre le sue lettere di cambio gli consentivano di movimentare con relativa facilità e sicurezza i suoi capitali.

Anche se fu refrattario all’impegno politico, restando sostanzialmente indifferente alle lotte di fazione, Datini fu invece tutt’altro che sordo alle espressioni artistiche e al dramma religioso della sua epoca, come pure al problema della miseria e del dolore delle masse costrette al limite della sussistenza. In questo senso la sua vicenda umana ed imprenditoriale rappresentò un modello destinato a incidere sulla vita politica e sociale del suo tempo attraverso l’esempio fornito a quei mercanti e quei finanzieri venuti dopo di lui e che con il loro paziente ed ostinato lavoro posero le premesse economiche e culturali su cui si fondò la civiltà del Rinascimento.

Per saperne di più:

  • I. Origo, Il mercante di Prato: la vita di Francesco Datini. Alle origini del capitalismo moderno
  • I. Montanelli & R. Gervaso, L’Italia dei secoli d’oro – Il Medioevo del 1250 al 1492
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